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Ordini e liste di credito: la cocaina della Palermo bene
«In via Cipressi c’è una piazza paurosa, ma assai assai»

Ognuno avrebbe avuto il suo ruolo: chi vendeva il fumo e chi la cocaina. I clienti si cercavano per i locali della movida, quelli del centro storico. Ma il passaparola fra gli amici allargava il giro a dismisura. «Tra i consumatori avvocati civilisti e un commerciante»

Silvia Buffa

«Fai il giro e portamene mezzo grammo... ma soldi non ne ho però, già li ho spesi tutti, è proprio per riprendermi... proprio per mettermi al sicuro, perché mi devo trombare a una questa sera… fai il giro, dai». È il 14 giugno del 2016, sono da poco passate le 23 quando un ragazzo che sorseggia un drink davanti al Berlin Cafè, noto locale della Palermo bene in via La Lumia, ferma il 27enne Filippo Maniscalco, coinvolto nel blitz Atena messo a segno ieri e che ha colpito, ancora una volta, uno dei mandamenti mafiosi attualmente più importanti della città, quello di Porta Nuova. Cugino di Monica Vitale e autista di Francesco Arcuri (attualmente sotto processo per l’omicidio dell’avvocato Fragalà), è accusato di aver consegnato droga, dall’hashish, che era la sua specialità, alla cocaina, all’occorrenza. A bordo della sua Smart era solito, per gli investigatori, girare per i locali della movida alla ricerca di potenziali clienti. E le richieste non sembrano essergli mancate. I magistrati, infatti, parlano di «un centinaio di soggetti che erano soliti rivolgersi agli indagati odierni per acquistare cocaina». Richieste su richieste, via telefono o di persona. Compresa quella di creare anche una «linea di credito», di cedere quindi la cocaina e di farsela pagare in un secondo momento, con la promessa non solo di saldare in fretta il debito ma di portare anche nuovi clienti. Richiesta alla quale, proprio Maniscalco, si sarebbe spesso prestato, beccandosi però le ramanzine dei colleghi di spaccio.

Tra i consumatori ci sono, in effetti, molti fedelissimi. Tutta gente apparentemente perbene, professionisti incensurati con una posizione sociale e una sicurezza economica tale da potersi permettere di spendere parecchi soldi per assecondare il proprio vizietto. Non solo figli di papà, quindi. Tra i più assidui ci sarebbe stato, ad esempio, un nutrito gruppo di dipendenti della compagnia di navigazione Grandi navi veloci (Gnv), che si rivolgevano ad alcuni degli uomini finiti coinvolti nel blitz durante le soste delle navi in città. Un passaparola tanto discreto quanto frequente, che avrebbe alimentato il giro d’affari degli uomini d’onore senza che questi dovessero faticare più di tanto. Al massimo, l’unico grattacapo poteva essere nelle rimostranze di qualche affezionato cliente rispetto alla qualità della coca venduta: «A posto l’altra volta?», un messaggino che Maniscalco invia il 27 maggio 2016 al commissario di bordo della Gnv per sincerarsi che la sostanza fosse stata di suo gradimento; «sì sì, decisamente un’altra cosa rispetto all’ultima volta», la risposta del cliente. Ma c’è anche chi proprio si arrabbia: «Ciao giò…comunque era penosa, era meglio che non venivi se era così!», gli scrive infatti il 19 marzo 2017 un’altra cliente, utilizzando un’utenza dedicata per inoltrare il delicato messaggio.

I luoghi dove trovare clienti, anzi, dove farsi trovare dai clienti sono quelli della movida palermitana, ma quella di un certo livello, luoghi notoriamente frequentati dai giovani che vestono griffati, sfoggiano tagli freschi di parrucchiere e sono soliti, a quanto pare, dialogare con disinvoltura coi mafiosi per sballarsi con una dose di coca. Ma ci sono anche alcuni bar a piazza principe di Camporeale, o gli angoli più nascosti fra i container posteggiati al porto, perfetti per chi è appena sbarcato («dove c'è il Bristol?», « sì e no... devi salire verso Montepellegrino in fondo, più in fondo della pompa di benzina Ip»). Ma ci sono anche molti luoghi in prossimità del porto, dai bar agli alberghi alle tabaccherie. «Al solito posto..? Sono solo», dicevano in molti. Gli assuntori più fedeli consigliavano questo giro anche agli amici più fidati, girando loro i contatti degli uomini a cui avrebbero dovuto rivolgersi: «Ohi sta arrivando un mio collega, c’ha un camiciazzo bianco con il logo della Gnv, va bene?», «digli che io c’ho un pantaloncino celestino, mi vede subito», la risposta dello spacciatore.

Ma da dove viene esattamente tutta questa cocaina che circola invisibile per le piazze migliori di Palermo? E chi c’è dietro a uno degli affari più prolifici di Cosa nostra? «Andrea Calandra, quello che pesava 150 chili, era il pupillo di Gianni Nicchi. Questo era un ragazzo messo al Villaggio Santa Rosalia, però appartenente alla famiglia di Pagliarelli, si occupava di droga», racconta il 4 giugno 2015 Francesco Chiarello, affiliato alla famiglia di Borgo Vecchio nel 2009 con una «bicchierata a piazza Ingastone». Lui, di dettagli, ai magistrati ne avrebbe raccontati parecchi, e non solo sullo spaccio delle cosche. «Va pigghia tre pacchi di cocco», era spesso l’ordine, e questa cocaina si andava a prendere in posti specifici e di fiducia. Come l’officina di fronte all’ospedale Civico: «C’è uno scivolo, dove entravamo, che c’è un frigorifero lì sott e aprivamo delle bottiglie di whisky», dice ancora Chiarello. Due/tre chili di droga ogni venti giorni, distribuita poi «fra Capo, via Cipressi, piazza Ingastone, Borgo Vecchio, unn’è normale? Più, vuol dire, 10/15 chili di fumo - dice ancora -. In via Cipressi c’è una piazza paurosa, ma assai assai». Ma c’è soprattutto la Zisa. Da piazza principe di Camporeale a corso Olivuzza (oggi corso Finocchiaro Aprile) a via re Tancredi, dove niente era lasciato al caso. Ogni uomo d’onore avrebbe avuto il suo preciso compito, anche se a comandare tutto sarebbe stato Gaspare Rizzuto, anche lui coinvolto nel blitz di ieri, a sua volte sotto solo al reuccio, Gregorio Di Giovanni, in carcere dal dicembre scorso, accusato di essere stato il capo mandamento di Porta Nuova.

A raccontare questi ulteriori dettagli è il pluripregiudicato pentito Fabio Fernandez. «Michele Madonia è quello che tiene la droga e gestisce diciamo i conti della famiglia per il traffico della droga, i conti li ha tutti lui, gestisce tutto lui per la droga - racconta a marzo dell’anno scorso davanti ai magistrati - Lui sta sempre in un negozio in via Sant’Agostino in un negozio di lampadari, è sempre seduto lì». Si presenta al commissariato Zisa il 18 ottobre 2018, e inizia a parlare, facendo il nome di svariati complici e assumendosi anche la responsabilità dell’omicidio di Giuseppe Calascibetta, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, per il quale non era neppure indagato. «Io ero socio di Mario e Domenico Stassi, compravamo la cocaina da Michele Madonia a 42 euro al grammo e la rivendevamo tagliandola con 20/25 grammi di mannite ogni 100 di droga facendo bustine da 0,3 grammi. (che vendevamo a 40 euro l’una) e da 0,8 (che vendevamo a 80 euro). Io per i fatti miei compravo anche da Gaspare Rizzuto cocaina a 60 euro al grammo». Il tutto per un guadagno netto di 2.500 euro a settimana, 750 invece per i pusher. «Fra i nostri clienti c’erano diversi avvocati civilisti e un commerciante che ha un negozio in via Belgio».

Nei racconti di Fernandez, quindi, i suoi principali fornitori di cocaina sarebbero stati Madonia e Rizzuto. L'attività di spaccio sarebbe avvenuta in maniera organizzata e sotto l’egida della famiglia mafiosa della Zisa: Maniscalco avrebbe consegnato l’hashish, mentre Antonio Sorrentino, braccio destro di Rizzuto avrebbe invece diviso la cocaina a tutti gli spacciatori del quartiere; Francesco Pitarresi detto Sciapocher avrebbe comprato la cocaina da Rizzuto rivenendola poi a terzi. «Michele Madonia mi riforniva di droga settimanalmente, da anni… Gaspare Rizzuto è quello che comanda nel quartiere e per dire io ci dicevo “mi serve mezzo chilo di cocaina” e iddu mi diceva “aspetta ca ti mannu a Michele e ti metti d’accordo con lui”. Madonia è a disposizione di Rizzuto… lui è di un altro quartiere non è del quartiere della via Cipressi, lui è di Sant’Agostino, e fa Capo, Vucciria, Ballarò, per lui avere il permesso di portare il materiale nel nostro quartiere è perché nel nostro quartiere attualmente comandava Gaspare Rizzuto». Quest’ultimo lo avrebbe mandato a chiamare, secondo quanto detto da Fernandez, «per i 300 grammi, i 400 grammi, mezzo chilo, i 30 chili di fumo. I 20 chili di fumo, quelli che erano.. lui saliva con la moto, appresso a lui altri ragazzi con i motorini che gli portavano il materiale e poi passava ogni settimana a riscuotere il denaro. Tutti i sabato lui aveva appuntamento dal barbiere e tutti alle tre-quattro di pomeriggio, gli portavano tutti i soldi.. Il barbiere di Via Cipressi.. barbiere è dire per il punto di riferimento, perché il barbiere quello di cui sto parlando io è un grandissimo lavoratore, è una persona perbene.. c’è un barbiere, un fruttivendolo, c’è una strada che non si esce, è una strada chiusa... ».

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Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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