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Il tesoro del Sacco di Palermo e il petroliere albanese
Taçi: «Non conosco Zummo, mai fatto affari con lui»

«Ho solo aiutato un amico a fare aprire un conto a un suo cliente», racconta l'imprenditore accusato di essere coinvolto nella sparizione di oltre 18 milioni di euro, tolti da una banca Svizzera dall'ex socio di Ciancimino per sottrarli al sequestro

Gabriele Ruggieri

Foto di: Markus Spiske

Foto di: Markus Spiske

A mezzo secolo dal sacco di Palermo, nonostante arresti e sequestri per centinaia di milioni di euro, ci sono ancora ampie parti del tesoro accumulato in quegli anni da Cosa nostra che sfuggono alle ricerche della magistratura. Tesoro di cui farebbero parte i quasi cinquanta milioni sequestrati ieri mattina a Francesco Zummo, ritenuto da Giovanni Falcone il braccio destro del sindaco mafioso Vito Ciancimino. Zummo è finito ai domiciliari alla veneranda età di 90 anni insieme al commercialista Fabio Petruzzella, che avrebbe tenuto in mano gli affari dell'anziano costruttore. Le accuse sono quelle di riciclaggio e autoriciclaggio aggravati dalla transnazionalità per aver tentato di sottrarre alla confisca delle ingenti somme di denaro frutto, pare, del già citato sacco di Palermo e di un fiorente traffico internazionale di stupefacenti. In particolare, sotto la lente degli investigatori palermitani è finito un trasferimento di una somma di circa 18,4 milioni di euro, spostata in tutta fretta dalla Svizzera a due fondazioni del Lichtenstein e infine su un conto aperto in un istituto di credito albanese

L'indagine prende le mosse proprio da una segnalazione delle autorità di Tirana, che lo scorso 5 agosto hanno messo al corrente i colleghi italiani di un trasferimento anomalo. Tramite indagini parallele della Dia e del Gico di Salerno e Napoli si è arrivati alla figura di un imprenditore da qualche tempo sotto gli occhi degli inquirenti campani, intercettato mentre discuteva di movimenti bancari prima con Petruzzella e poi con Rezart Taçi, petroliere albanese noto per avere tentato diversi anni fa di acquistare il Milan e per avere accompagnato al fallimento il Parma Calcio, acquistato dall'allora presidente Ghirardi. L'uomo chiede a Taci un aiuto per la realizzazione di un’operazione finanziaria collegata a Francesco Zummo, che avrebbe avuto «una serie di complicazioni legate al settore immobiliare con blocco di capitali», presentando la necessità di spostare dei soldi su un altro conto. «Vuole mandare via immediatamente tutto e liberarsene e poi fare un giro sul conto del suo avvocato». Avvocato che, secondo l'intercettato, sarebbe Petruzzella. «Bisogna che i tuoi mi aprano un conto per le risultanze, perché poi io devo riconoscere a mezzo mondo - continua - La questione è delicata ed è seria ed è corretta».

«Io sono un cittadino albanese, un imprenditore albanese - spiega Rezart Taçi, contattato da MeridioNews - Sono stato contattato da un amico che mi dice che un professionista rispettato che si chiama Fabio, un commercialista, vuole un conto per un suo cliente. Dico: "Benissimo, andate in Albania, aprite secondo tutte le leggi un conto e fate quello che volete". Questi signori - aggiunge - hanno aperto un conto e hanno mandato i soldi, per quello che so, dalla Svizzera, in modo regolare. I soldi sono arrivati in Albania, qua inizia e qua finisce. Non so dunque dove sia la mia posizione in un'associazione strutturata criminale». L'imprenditore albanese nega di avere avuto contatti con l'anziano avvocato palermitano o con il suo sodale. «Io, il signor Francesco Zummo, non lo conosco, e neanche il signor Fabio Petruzzella - prosegue - Mi si chiede se posso aiutare ad aprire un conto, che c'entro io con questa collaborazione con la mafia siciliana? Non capisco perché l'autorità giudiziaria albanese abbia mandato un'ordine d'arresto sulla mia persona senza che io sia a conoscenza o abbia collaborato per un reato penale. Non vedo nessun collegamento - sostiene - non ho mai fatto affari con queste persone».

Tra le pagine dell'inchiesta si legge di una possibile commissione pagata a Taçi e al suo amico per l'assistenza fornita a far sparire il denaro, tramite anche la rete di conoscenze di alto livello dell'imprenditore, ma anche su questo punto il petroliere è chiaro: «Io da sei anni vivo fuori dal mio Paese proprio per una persecuzione politica ed economica verso la mia persona. Non ho nessun potere, non ho ruolo politico e istituzionale, non possiedo una banca e non ho nessun ruolo all'interno di nessuna banca». E ancora: «In modo assoluto, non ho ricevuto niente e non ho bisogno, ho la mia attività e i miei soldi. Non ho nessun contatto e non ho contattato nessuna banca in Svizzera e in Albania e questo si può verificare. Due miei collaboratori li sono andati a prendere con la macchina, hanno fatto da autisti e solo per questo sono stati arrestati. Probabilmente, secondo il mio punto di vista, non volevano tenere i soldi in Svizzera - conclude Taçi - Ma non è mio compito sapere perché questi signori volessero togliere i soldi dalla Svizzera, il perché li tenessero in Svizzera e se questi soldi fossero puliti o sporchi». 

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