Mascherine ecologiche ricavate dagli scarti dei latticini Il progetto di Unict e Tor Vergata per presidi a basso costo

Si chiama Smascherate e vede il coinvolgimento dei dipartimenti universitari di Catania e Tor Vergata. Un viaggio dall’Etna alla capitale attraverso un progetto che vuole ricavare materiale biodegradabile dagli scarti dei latticini: le finalità? Provare a produrre mascherine con tessuti ecologici grazie al latte che non riesce a essere consumato. L’idea è partita da Nunzio Tuccitto, docente di Chimica e Fisica dell’omonimo dipartimento catanese, in collaborazione con Emanuela Gatto, collega con cui Tuccitto ha condiviso il percorso che lo ha portato alla cattedra. Da anni a Roma studiano i peptidi e la caseina – elementi contenuti nel latte – e le loro potenzialità. «Collaboriamo insieme già da un po’. Gatto ha una profonda conoscenza dell’aggregazione degli elementi derivati dagli scarti dei latticini – spiega Tucitto a MeridioNews – Da questi, attraverso un sistema brevettato, si riesce a prelevare una fibra dalla quale si potrebbe ricavare il tessuto non tessuto adatto ai dispositivi di protezione. I processi avvengono attraverso delle reazioni chimiche e delle miscele che trasformano gli scarti in prodotto finito». 

Dopodiché il materiale prodotto deve essere testato. Ed è in questa fase che entra in gioco il dipartimento di Chimica e il Brit di Catania, il laboratorio etneo di sperimentazione che conta anche un Anticovid Lab, dove dall’inizio dell’emergenza epidemiologica avviene la verifica della qualità dei tessuti destinati a mascherine e dispositivi di prevenzione al Covid-19. «Attraverso il Brit a Catania stiamo dando il nostro contributo – continua il docente – Roma produce il tessuto composto da tre filtri protettivi; noi abbiamo la possibilità di verificare la pressione del materiale e testare se è antidroplet, cioè capace a non fare passare le goccioline di saliva vettori di contagio». Il progetto, attualmente in fase sperimentale, è partito a giugno del 2020. «Qualche mese prima eravamo in piena emergenza da Covid-19, a cui si aggiungeva la mancanza di dispositivi – aggiunge Tuccitto – Così mi sono ricordato che Gatto era specializzata nella formazione di materiale biodegradabile. Mettendo insieme le nostre conoscenze avremmo potuto contribuire alla produzione di mascherine non inquinando l’ambiente, come avviene con i dispositivi attuali». L’anno scorso le due facoltà, con la collaborazione del Brit e del Consiglio nazionale delle Ricerche decidono di presentare il progetto al ministero dell’Università e della Ricerca, che ha ritenuto valido il  progetto, finanziando la fase iniziale con 80mila euro».

I finanziamenti dovrebbero arrivare a breve e potrebbero servire a iniziare la seconda fase, proprio quella della sperimentazione. L’iniziativa vede il coinvolgimento anche di altri esperti, che hanno unito le loro conoscenze e reso il lavoro complementare. Insieme a Nunzio Tuccitto, sempre del dipartimento di Fisica e Chimica collabora Giovanni Marletta. Mentre Giacomo Cottone e Antonio Terrasi hanno dato il loro contributo dal dipartimento di Fisica e Astronomia. A loro si aggiungono Stefania Stefani del dipartimento di Scienze biomediche e Biotecnologiche e Salvatore Baglio e Carlo Trigona del dipartimento di Ingegneria Elettrica, Elettronica e Informatica. 

Tutti docenti che con Tuccitto hanno in mente di donare un materiale alternativo a basso impatto con l’ambiente. Attualmente il prodotto è nella sua fase di conoscenza scientifica, senza fini di lucro. «C’è qualche privato interessato – osserva Tuccitto – Ma noi stiamo facendo sperimentazione. Non sappiamo se alla fine questo materiale sarà adatto alle mascherine, anche se siamo molto fiduciosi». Tuttavia, anche se non servirà all’obiettivo principale, il docente è convinto che i derivati del latte possano rappresentare un’importante mezzo alternativo. «Tra sei mesi sapremo con certezza il materiale ricavato potrà servire ai dispositivi di protezione – conclude – Io mi auguro che le mascherine non ci servano più e che tutto sia finito. Ma, comunque andrà, il lavoro che stiamo facendo potrebbe produrre tessuti per altre finalità». 


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