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Cosa vuol dire Brexit per chi vive in Gran Bretagna?
«C'è la corsa a trasferirsi qui prima del 31 gennaio»

Prosegue la rubrica che affronta i motivi e le conseguenze di chi per scelta o per necessità è approdato nel Regno Unito. E che ora deve fare i conti con un crescente sentimento antieuropeo. Per la 37enne palermitana Marzia «non si tratta di paura ma di prudenza»

Francesco Lodato

Di Brexit si è tornato a parlare recentemente, anche in Italia, per via della presunta scelta da parte della Gran Bretagna di abbandonare il programma di scambio europeo per studenti Erasmus. In realtà il governo inglese ha scelto di far rientrare anche il noto meccanismo dell'Unione Europea, con il quale si può effettuare un periodo di studio in un'università straniera, come oggetto di trattativa dopo il 31 gennaio. Quando la Brexit dovrebbe essere definitiva (ma il condizionale è d'obbligo visti i continui rinvii). Di certo l'abbandono della Gran Bretagna dall'Unione Europea avrà notevoli influenze sui palermitani e le palermitane che vivono nel Regno Unito.

Ecco perchè, dopo le prime tre puntate della nostra rubrica su Brexit, abbiamo scelto questa volta di incontrare Marzia. Trentasettenne, laureata in Lingue presso l’Università degli studi di Palermo, vive da tre anni vive a Londra. Arrivata nella capitale dell'Inghilterra in cerca di un impiego stabile quanto adeguatamente remunerato, ha lavorato nel comparto dell’ospitalità alberghiera prima di trovare la propria strada. Ma cosa offre la Gran Bretagna per chi sceglie di lasciare la propria terra?

«Posso dire che gli italiani a Londra sono divisi in due categorie: da un lato la vasta massa del personale non qualificato e dall’altra la variegata galassia dei professionisti - dice Marzia - Nella prima tipologia rientra chi arriva in cerca di lavoro senza conoscere la lingua e senza specifiche capacità, trovandosi obbligato a partire come lavapiatti sottopagato nei ristoranti. Dall’altra parte troviamo invece gli ingegneri, gli architetti, i medici e gli infermieri e altre tipologie professionali, magari in possesso della base linguistica necessaria per inserirsi rapidamente nel tessuto sociale londinese trovando un impiego adeguatamente retribuito. Sia nel primo che nel secondo caso, bisogna ricordare comunque che il mercato di una città caotica come Londra è ampio e variegato, spesso obbligando gli italiani a cambiare vari impieghi prima di trovare la propria dimensione, lavorativa e successivamente anche personale».

Sono molti, dunque, coloro che scelgono di spostarsi verso i piccoli centri. «Fondamentalmente il costo della vita in una città come Londra - conferma la donna -, e parlo esclusivamente della capitale perché vivo lì ed è un mondo a se stante rispetto al resto del paese, non è proibitivo nel quotidiano: mangiare o vestirsi sono alla portata di tutti. A incidere moltissimo invece sono gli affitti delle case e i trasporti, il cui costo elevato spinge parecchia gente a cercare lavoro o casa nei paesi limitrofi. Ne parlo con cognizione di causa perché, nonostante lavori come professionista in un compagnia che organizza eventi, difficilmente il mio attuale stipendio mi permetterà, nel breve periodo, di affittare una casa da sola».

A questo punto viene da chiedere quali sono le somiglianze e differenze tra il comparto sanitario inglese e quello italiano. Considerando il fatto che sono sempre di più gli infermieri e i medici italiani che scelgono di lasciare il Belpaese per il Regno Unito. «Da utente mi sento di dire che fondamentalmente la sanità londinese è al collasso - osserva ancora Marzia - Il numero di medici e infermieri non è sufficiente per coprire la popolazione in costante aumento e questo crea una generalizzata carenza nella rinomata efficienza inglese. Un deterioramento presente a tutti i livelli, a partire dai medici di base, con i quali ottenere un appuntamento può richiedere anche due settimane vista la mole di persone da gestire. Si tratta di una degenerazione costante, che ho potuto toccare con mano negli ultimi tre anni, causata dal progressivo esaurimento delle risorse, inadeguato rispetto al tasso di crescita della popolazione metropolitana e questo potrebbe esser essere uno dei motivi alla base del malcontento di alcuni inglesi nei confronti dei lavoratori stranieri».

E più in generale, cosa si trova ad affrontare chi arriva in cerca di impiego? «Io ho iniziato quasi dalla base, facendo due anni di ospitalità per grandi catene alberghiere e venendo sfruttata in maniera continuativa - spiega la 37enne palermitana - È lo step da cui molti partono per integrarsi e per familiarizzare con la lingua. Per me è stato un modo per approcciarmi a un mercato completamente diverso dal nostro e appena possibile mi sono orientata su altro, inserendomi nel mondo dell’organizzazione di eventi in ambito alimentare, settore in cui la competenza italiana è molto stimata. Tuttavia per sbarcare il lunario mi ritrovo ad affiancare impieghi saltuari alla mia occupazione primaria. In primo luogo come tutor madrelingua per chi vuole imparare a parlare italiano, impiego trovato tramite specifici canali social dedicati alla ricerca di lavoro. Inoltre ho scaricato le app di varie agenzie per il lavoro temporaneo. Lì ne esistono molte e sono largamente impiegate in molti settori. Si tratta di lavori ad ore, utili per monetizzare rapidamente». 

Come fa argutamente notare la stessa Marzia, «in pratica è la nuova frontiera del lavoro flessibile, in cui le offerte arrivano giorno per giorno sul tuo telefono e sei libero di accettare senza impegno. Basta inserire il proprio curriculum e controllare le offerte che arrivano. Grazie al fatto che il pagamento è garantito dai titolari dell’app, rendendo il lavoratore un non dipendente, molti alberghi a Londra hanno alleggerito il proprio organico stabile ricorrendo a questi part time giornalieri - fa notare - È vero che questo ricorrere a personale occasionale comporta un certo livello di rischio, ma a lungo andare si viene a creare un circuito di impiego part ti è utile per entrambe le parti».

Il fulcro, specie di questi tempi, resta sempre lo stesso: come si vive da straniera in un paese straniero? E la Brexit aumenta le preoccupazioni in tal senso? «Non sono gli stranieri a essere preoccupati per la Brexit, bensì gli inglesi, soprattutto gli abitanti delle città - dice Marzia, rovesciando in parte le attese di chi vive in Italia - È palpabile la delusione da parte della gente, che vede sia il Leave che la vittoria dei conservatori come una generica sconfitta della società inglese. Inoltre queste votazioni hanno dimostrato agli abitanti dei grandi centri urbani come il peso delle campagne sia superiore a quello delle città nella politica britannica e nel conseguente equilibrio di forze. Personalmente a Londra non ho mai sentito di episodi legati al razzismo e non mi sono mai sentita una straniera qui. Sono stata accettata e trattata come qualsiasi altra lavoratrice, senza grandi disparità soprattutto per la mia volontà di integrarmi nel sistema inglese. Ma questo riguarda una città multietnica con una profonda e radicata tradizione di accoglienza, mentre il discorso diventa molto diverso nelle campagne, tipicamente più chiuse e refrattarie ad accettare gli stranieri. In generale, a Londra gli italiani sono particolarmente apprezzati e stimati, in parte perché l’introduzione massiccia del cibo italiano ha migliorato l’alimentazione degli inglesi, ma soprattutto i manager delle grandi catene apprezzano le capacità di lavorare tipica di noi italiani».

Tutto bene dunque? Non proprio. «C’è chiaramente una sorta di tensione negli stranieri per la Brexit, soprattutto da parte di chi ha famiglia o ha raggiunto una posizione lavorativa di rilievo. Ma non è paura - riflette infine Marzia - bensì prudenza sulla gestione dei traguardi raggiunti. Posso dire che, controllando le pagine dedicate agli italiani in UK, sembra che il flusso migratorio non si sia affatto fermato. Anzi, in questi giorni molti nostri connazionali stanno correndo per trasferirsi nel Regno Unito prima della Brexit». 

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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