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Strage di Capaci, tutte le verità del pentito Riggio
«Conosco il sistema, sarei morto se avessi parlato»

Sarebbero cambiati i tempi, certi personaggi sarebbero oggi fuori gioco e poi c'è stata la sentenza di primo grado del processo trattativa. Questi i motivi per cui ora il collaboratore nisseno parla. «Non so se la mafia sapesse effettivamente del coinvolgimento di altre persone»

Silvia Buffa

«Parlo di queste cose solo adesso perché io conosco purtroppo il sistema dall'interno, se ne avessi parlato prima oggi non sarei qui, sarei stato un uomo morto. Io il bagno in un mare di pescecani non me lo faccio, se no mi mangiano. Ma se i pescecani non ci sono più allora sì, è normale». Spiega così, Pietro Riggio, la decisione di raccontare solo oggi alcuni dettagli sulla strage di Capaci. Il collaboratore nisseno viene ascoltato a Caltanissetta come imputato di reato connesso al processo d'appello Capaci bis, che vede imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. «Indubbiamente ha pesato, in questa mia decisione di parlare di queste cose, anche la sentenza di primo grado del processo trattativa», aggiunge. Ex agente della penitenziaria, quando viene arrestato finisce nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Lì conosce altri ex funzionari e appartenenti alle forze dell'ordine, dietro le sbarre per motivi diversi. Sono personaggi che, nel giro di poco, cercheranno un contatto proprio con lui.

«All'inizio, per i primi quattro-cinque mesi non ci fu niente. Solo dopo ci furono con alcuni soggetti i primi contatti perché io entrassi in una sorta di task force per la cattura di Provenzano. I soggetti più attivi furono Giovanni Peluso (ispettore della questura di Roma ndr) e Giuseppe Porto (della Digos ndr), cosa che poi continuò anche fuori dal carcere». Secondo Riggio, quei primi approcci avviati con lui dentro al carcere culminano con una vera e propria visita: «Il 12 luglio '99 sono stato prelevato dal carcere e portato a Roma, negli uffici della Dia in via Cola di Rienzo. Ci sono anche altre persone coinvolte nelle indagini di cui oggi non faccio i nomi - dice a un certo punto, prima di riprendere il suo racconto -. Io quel giorno fui preso con una Fiat Croma bianca. Lì alla Dia conosco il colonnello Angelo Pellegrini e un certo zio Toni, cioè Antonio Miceli». Un colloquio che verterebbe, come già era stato in carcere con gli altri detenuti, sul fatto di formare una squadra, appunto, per prendere Provenzano. «Io ero disponibile - dice Riggio -, ne avevamo ampiamente parlato all'interno del carcere, il progetto era quello».

Finito quel colloquio, Riggio viene riportato nel carcere militare. I contatti con tutti, compreso il colonnello Pellegrini, sarebbero poi ripresi non appena scarcerato nell'aprile del 2000, e messo ai domiciliari. «I contatti con Peluso in particolare furono diversi, a Caltanissetta - ricorda -. Uno in particolare l'ho cristallizzato, era l'1 dicembre del 2000, in quell'occasione mi sono fatto fermare volutamente dalla mobile di Caltanissetta per capire meglio chi fosse quel personaggio che era di fianco a me, Peluso appunto. Ricordo che lui mostrò agli agenti un documento, non so però cosa ci fosse scritto, quali generalità. Io capivo che era coinvolto in attività illecite collegate a Caltanissetta». Non ha più dubbi soprattutto dopo che durante uno dei tanti incontri, seduti in un bar, Peluso tira fuori, a suo dire, i dettagli di un omicidio da compiere di lì a breve. «Una delle cose che mi allarmò fu che lui volesse essere aiutato in un attentato che doveva essere fatto contro un giudice palermitano, Leonardo Guarnotta. Non mi disse quali fossero le ragioni, ma mi disse che gli serviva un appoggio in cui nascondersi dopo l'attentato. Mi mostrò uno schizzo che aveva fatto dell'abitazione del giudice e come si doveva intervenire, disse che si dovevano fare dei favori alla parte politica, ma non mi fece mai dei nomi. Di questo attentato poi non ho saputo più niente».  

Ma quello, che alla fine non avrà mai luogo, non è l'unico attentato di cui Peluso gli avrebbe parlato. Nei loro incontri l'ex poliziotto, oggi indagato dalla procura nissena, gli avrebbe rivelato dettagli importanti sulla strage di Capaci. «Sull'attentato di Falcone mi fece tutta una serie di propalazioni che mi lasciarono basito - racconta oggi in aula -. "Brusca ancora è convinto che l'ha premuto lui il telecomando", mi disse Peluso, una frase che mi allarmò moltissimo, mi sentii raggelare. Fu proprio una frase secca. Si era sempre saputo che era stato Brusca, insomma la mafia, ma in quel momento ho capito che altre persone si erano interessate a quella strage. E soprattutto ho capito che mi trovavo in pericolo e che stavo giocando un ruolo più grande di me». L'ex poliziotto, poi, gli avrebbe anche raccontato le modalità, in fase preparatoria, dell'attentato stesso. L'esplosivo era stato collocato nei canali al di sotto dell'autostrada su degli skateboard.

«Mi raccontò anche che quando un magistrato partiva con un aereo, al momento del decollo non si sapeva mai dove fosse diretto, era una cosa che si sapeva dopo. Mi disse che la telefonata per avvisare dove sarebbe atterrato Falcone era partita dall'onorevole Rudy Maira, di Caltanissetta, che lo avrà saputo da altri soggetti direttamente in aeroporto alla partenza. Una segnalazione arrivata mentre Falcone è in viaggio a diecimila metri, praticamente. Lui - continua Riggio - era presente quando avvenne questa operazione, non so se fece tutto lui ma mi disse che era lì mentre avveniva. Mi parlò anche di una donna vicina o interna ai servizi segreti libici, che io poi nel tempo, frequentando Peluso, ho capito quale fosse la provenienza: la compagna di Peluso aveva un padre ex colonnello appartenente ai servizi ai tempi di Gheddafi e la madre, quindi la suocera, fosse collegata all'ambasciata». Un quadro nel quale si inserirebbe anche un altro personaggio, un certo Nasser, di origine egiziana, conosciuto da Riggio, di cui però non sa dire nulla rispetto a un suo coinvolgimento nella strage.

«Da quello che ho capito io - aggiunge -, si erano occupati di organizzare il tutto, Peluso e altri, e che poi si era mossa la mafia. Ma Peluso non mi parlò mai di una sorta di collaborazione o che ci fosse contezza reciproca, cioè che la mafia sapesse effettivamente del suo coinvolgimento e di altri». Degli incontri con l'ex poliziotto, ce n'è un altro che gli resta impresso, avvenuto all'uscita dell'autostrada allo svincolo per Resuttano. Peluso sarebbe a bordo di un'auto guidata da una donna, «una di corporatura normale, né grossa né snella, circa un metro e 75, portava i pantaloni mimetici e aveva i capelli lunghi, poteva avere tra i 35 e i 40 anni». Con loro due ci sarebbe, seduto dietro, anche un altro uomo che risponderebbe al nome di Filippo, «sono rimasto colpito dalla sua faccia: è tutta butterata, come se avesse subito un qualche incidente, qualcosa. Mi diceva che Peluso mi voleva veramente bene, che lo dovevo ascoltare. Poi ho avuto modo di rivedere quella faccia in alcune foto, capii che si trattava di un certo Aiello, lo chiamavo faccia da mostro».

«Io temevo di essere ucciso. Provenzano aveva saputo delle operazioni in ballo dei carabinieri e quindi io fui ammonito». Riggio lo capisce solo in seguito che quell'incontro con Peluso serviva proprio a recapitargli quell'ammonizione, «mi spiegò che io non dovevo parlare coi carabinieri, non dovevo dire cosa sapevo in modo che non si potesse arrivare alla sua cattura - spiega -. Anche Porto, come me, stava cominciando a sospettare di quali fossero in realtà le intenzioni di Peluso, fu lui a dirmi che per otto anni era stato al Sismi. Io iniziai ad avere timore di lui, cercavo di capire quale fosse il vero intento, la strategia, dove volesse arrivare. Ogni volta che lo vedevo arrivare a casa mia la cosa mi preoccupava». A fine udienza, la pm Sava ha chiesto la possibilità di sentire in futuro proprio anche Giovanni Peluso, circostanza sulla quale la Corte si è riservata. 

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