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Cupola 2.0, dal mega blitz al processo
L’udienza preliminare per 64 imputati

Alla sbarra la nuova mafia che voleva ricostituire la Commissione e che aveva eletto come capo assoluto l’anziano gioielliere Settimo Mineo. Ieri le richieste di costituzione di parte civile, tra cui quella del Comune di Misilmeri: «Tracciamo una strada di non ritorno»

Silvia Buffa

Stavano per riorganizzare da zero la Cupola di Cosa nostra, partendo dalla ricostituzione di quell’organo che non si riuniva addirittura dall’arresto di Totò Riina nel ’93. È la cosiddetta Commissione interprovinciale, che mette insieme attorno allo stesso tavolo padrini e boss di Palermo e provincia. C’era già stata anche una prima riunione, quella di maggio 2018 in una palazzina a Boccadifalco, ma mesi dopo il mega blitz deciso dalla Dda palermitana manda tutto all’aria. Portando dritti dritti al processo partito ieri mattina, che vanta ben 64 imputati. Tra tutti è lui che spicca, Settimo Mineo, il gioielliere in pensione che per colleghi e commercianti di corso Tukory era «cchiù bonu ru pani». Ma descritto dagli inquirenti non solo come il capo del mandamento di Pagliarelli, tra i più potenti di Palermo a sentire i magistrati, ma addirittura come l’erede di Totò Riina.

Ieri è la stata la giornata di inizio, dedicata alle richieste di costituzione di parte civile. Tra queste, quella del Centro Pio La Torre e anche quella del Comune di Misilmeri, amministrazione che già lo scorso 17 ottobre aveva deliberato questa intenzione, «in quanto si ritiene persona offesa e al fine di tutelare l’immagine della città di Misilmeri». Una decisione che, per quanto possa sembrare logica e scontata, non lo è affatto. «Noi siamo stati lesi da tutti questi eventi che sono accaduti, in ultimo penso alle vicende legate alla droga. Però siamo molto fiduciosi e contenti di tutto il lavoro che si sta facendo sul territorio - commenta la sindaca di Misilmeri Rosalia Stadarelli -. La costituzione di ieri è modo per rimarcare ulteriormente il distacco che deve esserci tra l’attività amministrativa e la vita quotidiana di un paese e le attività collaterali che avvengono all’interno del territorio. Non è la prima volta per noi, ci siamo già costituiti in altri procedimenti». Una scelta forte, un segnale non da poco che va in una direzione ben precisa. «In qualche modo tracciamo una strada di non ritorno anche per le amministrazioni che verranno, noi ci proviamo a cambiare le cose».

Alla sbarra arriva, quindi, la nuova mafia. Quella che guardava al passato e alle tradizioni più viscerali di Cosa nostra, ma anche ai nuovi possibili affari offerti dal mondo dell’online. Una Cosa nostra Palermocentrica, come raccontato dai magistrati, che ha ridisegnato la propria mappa di interessi e vertici 30 anni dopo quella ipotizzata da Giovanni Falcone con le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Fino a quel blitz, a dominare sono i mandamenti di Pagliarelli e Porta Nuova, ma ugualmente importanti sono anche quelli di Villabate e Belmonte Mezzagno. Ciascuno decapitato del suo vertice di riferimento. In mezzo, ci sono nomi di spicco: da quello del reuccio Gregorio Di Giovanni a quello di Leandro Michele Greco, giovane nipote del Papa della vecchia mafia cresciuto nel mito del nonno. Ci sono anche Francesco Colletti e Filippo Bisconti, quest’ultimo ha deciso di collaborare poco dopo il suo arresto. 

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