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Borgo Vecchio, pizzo e intimidazioni un lontano ricordo?
«Ci sono volute tante denunce, ma oggi lavoro tranquillo»

Un anno fa non lo avrebbe detto che, passati arresti e condanne, sarebbero finite anche le ritorsioni subite. Invece oggi in quella putìa di via Archimede nessuno ruba o rompe niente, nessuno entra a pretendere. «Finalmente non mi disturba più nessuno»

Silvia Buffa

«Io finalmente sto bene». Lo dice mostrando il suo sorriso migliore il commerciante bengalese di Borgo Vecchio. Il suo entusiasmo nasconde a mala pena la sorpresa di fronte a un ritrovato benessere che, forse, a un certo punto aveva anche smesso di attendere. Ma intanto è successo. Anzi, non è successo più. Nessuno entra più nel suo negozio, nessuno ruba, nessuno rompe, nessuno chiede, nessuno pretende. Ci sono volute non poche denunce, esposizioni più o meno pubbliche e il riflettore attento della stampa, però, per arrivare a tutto questo. E tanta pazienza. Per anni lui, come molti altri connazionali che lavorano a pochi metri dalla sua bottega, è stato vessato dalle richieste degli uomini al soldo di Cosa nostra, i referenti del quartiere. L’arresto di Giuseppe Tantillo nel 2015, infatti, non pone fine all’incubo dei numerosi commercianti della zona. Reggente della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio insieme al fratello Domenico, appena avuto il sentore di un imminente arresto sceglie metodicamente, seduto al tavolino di un bar, chi erediterà il suo posto una volta finito in carcere.

È così che inizia la stagione di Elio Ganci, scarcerato appena prima della cattura di Giuseppe Tantillo, finito in galera proprio per aver fatto già parte di quel mandamento che, tornato in libertà, non esita a riabbracciare. Nei panni questa volta di vertice. Da Tantillo non eredita solo potere e responsabilità ma, in un certo senso, anche gli uomini sui quali d’ora in poi dovrà fare affidamento. Sono Fabio Bonanno, Salvatore D'Amico, Luigi Miceli e Domenico Canfarotta. Tra loro ci sono proprio gli aguzzini del commerciante bengalese. Di lui, come di molti altri, tra connazionali e palermitani. Ma lui è, in un quartiere dove per anni si sono tutti inchinati con riverenza e timore alle richieste estorsive, uno dei pochi che decide di andare spontaneamente dalle autorità per denunciare tutto. Un cambio di rotta a cui, in città, si fatica ancora ad abituarsi. E non solo a Borgo Vecchio.

«Io li conosco tutti in faccia, quando li vedi li riconosci subito, vanno in giro vestiti bene, con abiti di marca. Se parli con loro ti dicono che è tutto normale, che stare in giro per strada a chiedere i soldi degli altri è un mestiere, il loro», raccontava agli inquirenti nelle sue denunce. I suoi aguzzini, infatti, hanno le ore contate. A novembre 2017 un blitz manda all’aria la famiglia di Borgo Vecchio*, e gli estorsori che avevano disseminato paura per quelle strade strette a pochi passi dal salotto buono della città finiscono dietro le sbarre. A un anno esatto arrivano anche le condanne in abbreviato: in tredici dovranno scontare, complessivamente, oltre mezzo secolo di carcere*. Mentre sei finiscono per essere assolti. Malgrado arresti e condanne, però, la situazione non cambia subito nel quartiere. «Ne togli uno e ne spuntano altri dieci il giorno dopo», diceva un anno fa a MerdioNews il commerciante originario del Bangladesh.

Se le richieste esplicite di denaro cessano con quel blitz, infatti, non si può dire lo stesso delle ritorsioni continue che lui e altri colleghi continuano a subire per tutto l’anno successivo, mentre gli aguzzini sono sotto processo. «Rompono tutto quello che gli capita a tiro, il muro del negozio, il motorino posteggiato, la bicicletta che lascio qua davanti, il portone di casa, tutto». E non si contano i tentativi di uscire dal negozio senza pagare la merce, con la promessa di saldare il debito al prossimo acquisto. Promessa puntualmente disattesa. Una mafiosità intrecciata a doppio filo a una microcriminalità latente che esaspera il commerciante. «Il quartiere questo è», diceva sconsolato. Di quella rassegnazione, però, oggi non sembra esserci più alcuna traccia sul suo viso.

«Non mi disturba più nessuno», dice oggi. E mentre racconta della serenità ritrovata, sorride e non può fare a meno di invitarti dentro a quella piccola putìa che ha difeso con le unghie e con i denti, messa in piedi col lavoro di una vita, per offrirti a tutti i costi qualcosa. «Ora sono tranquillo, va tutto bene. E Palermo mi piace, mi piace sempre, è casa mia da più di quindici anni, non potrebbe essere diversamente - racconta -. Non ho mai pensato di andare via, di cambiare posto, di cambiare vita. Non l’ho pensato quando ho subito tutte quelle cose, perché dovrei andare via adesso che va finalmente tutto bene?». E noi sorridiamo insieme a lui, nella speranza che questa sia a tutti gli effetti la normalità inseguita per tanto tempo e finalmente conquistata. E non una breve parentesi destinata a finire alla prossima riorganizzazione del mandamento. 

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