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Caso Maniaci, in aula un ex assessore di Borgetto
«Nessun rapporto ambiguo tra Comune e mafiosi»

Marco Briguglio, che per sei mesi è stato parte della giunta dell'ex sindaco Gioacchino De Luca, esclude possibili legami «imbarazzanti» tra amministratori comunali e membri della locale famiglia mafiosa. «Mai sentita una cosa del genere»

Silvia Buffa

Foto di: silvia buffa

Foto di: silvia buffa

«Se io avessi visto qualcosa di illegale lo avrei denunciato a prescindere». Lo dice con sicurezza Marco Briguglio, sentito oggi nell'ambito del processo a carico di Pino Maniaci, giornalista di Telejato accusato di tentata estorsione e diffamazione. In passato assessore all'Ambiente del Comune di Borgetto, nel 2014 lascia bruscamente la politica, «non ero più compatibile, a livello di tempi e modalità, con quella giunta. C'era del dissenso politico», racconta oggi in aula. «Alla fine ho deciso di farmi da parte perché non ero in grado di interagire con questa giunta, appunto, che spesso avevo criticato». Un'esperienza che dura circa sei mesi.

Per qualche tempo resta lontano dalla politica, fino alla candidatura alle ultime regionali nella lista di Forza Italia, che non gli vale però alcun seggio, seguita da quella alle comunali di Borgetto, concorrendo per la poltrona di sindaco. Tra un passaggio e l'altro delle sue esperienze politiche, quasi giocando d'anticipo sulle domande degli avvocati di Maniaci, a un certo punto chiarisce di non aver «mai saputo di relazioni imbarazzanti del sindaco Gioacchino De Luca (all'epoca primo cittadino di Borgetto ndr) o di altri della giunta con personaggi mafiosi, mai assolutamente, mai sentita una cosa del genere», ribadisce con forza. Dopo appena mezzora il suo esame è già concluso. Nessuna domanda delle parti civili, nessuna da parte del pubblico ministero.

Salta quello forse più atteso, al contrario, di Gioacchino Polizzi e Giuseppe Davì, ex assessore il primo ed ex sindaco pro tempore il secondo del Comune di Borgetto all'epoca delle indagini. Le citazioni inviate dagli avvocati Parrino e Ingroia potrebbero non essere mai arrivate a destinazione, motivo che fa slittare il loro esame di quasi un  mese. Quello di cui dovranno rendere conto alla difesa del giornalista sotto processo ruota per buona parte attorno a una telefonata intercettata nel marzo del 2015. A chiamare è Polizzi, che si sfoga con Davì perché in un servizio andato in onda su Telejato sarebbe stato accusato di essere un mafioso. Uno sfogo che lo porta a raccontare anche altri particolari del suo rapporto con Maniaci.

«Ha voluto duemila euro di magliette gratis e ha voluto tre mesi di casa in affitto che l'ho pagata io di tasca mia... questa è estorsione...pura estorsione...Vattene da Pino Maniaci - diceva, rivolgendosi proprio a Davì per telefono -, perché succede la terza guerra mondiale, non faccio passi indietro. Lui è mafioso - alludendo al giornalista -, ha fatto estorsione nei miei confronti, io lo denuncio, prendo dieci avvocati, appena fa il mio nome...io te lo sto dicendo e vi tiro a tutti in ballo, non mi disturbate». Di fronte allo sfogo di Polizzi, il sindaco Davì tenta qualche rassicurazione, dicendogli che quello stesso pomeriggio avrebbe rilasciato un'intervista per smentire il vile accostamento lamentato da Polizzi.

Ma l'ex assessore è infuriato e, imperterrito, continua a ribadire di non voler più essere denigrato da Maniaci su Telejato. «Io ho i miei problemi...io ti dico una cosa a te - insisteva ancora al telefono -, perché tu con Telejato mi ci hai fatto convivere, mi ci hai fatto fare le magliettine, mi hai fatto dare la casa gratis, appena lui si permette a fare...e tu glielo puoi dire...io vi distruggo a te e a lui pure e poi glielo dico io chi è che ha i parenti pesanti...Me la prendo con te perché tu sei quello che ci discute con Telejato....Appena fa il mio nome me ne vado in televisione e vi dico quello che vi devo dire, poi vediamo chi ci scende a compromessi. Io mi chiamo Gioacchino Polizzi, è da dieci anni che faccio il consigliere comunale e io i malandrini e la mafia me li sbatto nella mianchia...Perché con il carattere mio non ci può neanche Dio».

«Perché dovete consumare a me? Questo imbroglione che mi discute di legalità, perché non pagava le cose? Io lo querelo Telejato - tornava a dire, furioso -, io gli faccio chiudere la televisione, a me me lo suca, ho tutte le prove». Lui e Davì dovrebbero presentarsi alla prossima udienza, a novembre. Seguiti a ruota da altre tre testi citati dalla difesa del cronista: il tenente colonnello Massimo Cucchini, del quale Telejato sarebbe stato in passato una sorta di confidente, e i due appuntati scelti Saccaro e Tumminia. 

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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