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Via d’Amelio, parla uno dei poliziotti che gestì Scarantino
«Non sono un criminale, ho arrestato centinaia di mafiosi»

Nessun confronto con Marino Mannoia, nessuna lesione o minaccia per collaborare, soprattutto mai nessuna ammissione di essere un finto pentito. Questi, e pochi altri, i ricordi dell'ex agente del gruppo Falcone-Borsellino Di Ganci: «Ero il suo maggiordomo»

Silvia Buffa

«Io sono devastato da questa situazione, mi ha gettato in uno stato di depressione». Lo dice con voce sommessa, quasi sofferente, Giuseppe Di Ganci, sovrintendente capo in pensione ed ex poliziotto del gruppo Falcone-Borsellino, ascoltato questa mattina a Caltanissetta al processo a carico dei suoi colleghi dell’epoca Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di aver avuto un ruolo nella creazione e manipolazione del finto pentito di via d’Amelio Vincenzo Scarantino. Ed è proprio questa la vicenda a cui fa riferimento lui, quella che gli avrebbe rovinato la vita. Malgrado lo scorso febbraio il gip del tribunale di Caltanissetta abbia deciso di archiviare l'inchiesta a carico suo e di altri tre ex poliziotti accusati, come i tre imputati a processo oggi, di concorso in calunnia, nel loro caso però senza l'aggravante mafiosa.

Di quel gruppo entra a farne parte sin dalla sua genesi, cominciando a indagare già sulla strage di Capaci. «Su via d’Amelio io ho fatto solo qualche accertamento, me ne sono occupato pochissimo», spiega. Precisando di non ricordare di aver mai fatto neppure alcun sopralluogo a Palermo insieme a Scarantino, «ancora oggi non so nemmeno dove si trovava la carrozzeria Orofino». Malgrado la sua appartenenza al gruppo e alcuni atti dell’epoca che invece confermerebbero questa circostanza. «Io sto male, sono venuto per rispetto, non faccia dell’ironia», torna a dire poi, non apprezzando l’osservazione del pubblico ministero Stefano Luciani che, dal canto suo, si stupisce di come Di Ganci non ricordi non solo in quante occasioni lui abbia fatto servizio con Scarantino, durante la sua gestione, ma nemmeno di aver trascorso con lui addirittura il capodanno del ’95, una circostanza piuttosto particolare. In 300 giorni di gestione del gruppo, risulterebbe che Di Ganci sia stato con Scarantino un centinaio di giorni. «Non ero sposato, magari ero più disponibile, non avevo impegni di famiglia», risponde lui, che alla maggior parte delle domande del pm dichiara di non ricordare molte cose di quel periodo e di quei servizi.

«A volte rimanevamo a casa a chiacchierare con lui - spiega -. Non c’erano disposizioni scritte, la prima volta che andai lì da lui e dalla sua famiglia mi dissero che dovevo provvedere ai loro eventuali bisogni e questo facevamo, se avevano bisogno di qualcosa si rivolgevano a noi, eravamo lì per quello». Ma non sa dire chi, di preciso, gli diede all’epoca quelle disposizioni riguardo a come comportarsi con Scarantino e i suoi famigliari. «Facevamo qualche partita a carte insieme - racconta ancora -, probabilmente sbagliando, ma era questo il rapporto che si era creato. Col senno di poi forse non dovevo essere così…non dovevo farlo, avrei dovuto essere più professionale e non dargli tutta questa confidenza. Cercavamo di fargli passare un po’ di tempo, era annoiato, stava sempre a casa». Tra i pochi ricordi, fermo nella sua mente, c’è anche quello di non essere mai entrato nel merito della sua vicenda processuale. «Lui solo una volta mi disse che aveva paura di non essere creduto e io gli risposi che non doveva avere questo timore se stava dicendo la verità».

Non c’è, invece, tra i suoi ricordi quello di aver assistito ai confronti di Scarantino con gli altri pentiti, e soprattutto che ci sia mai stato un confronto in particolare col boss Francesco Marino Mannoia: «Per quello che so io, non c’è stato nessun confronto, lo escludo», ripete più volte. «Non ho ricordi» è la frase che, in più di un’ora di esame, ricorre più spesso, ascoltando Di Ganci. Non ricorda neppure della famosa ritrattazione al giornalista Angelo Mangano di Mediaset, forse la più clamorosa. «Scarantino poi non ha più voluto avere rapporti con noi ma solo col personale della questura di Imperia», spiega ancora. Quei servizi al seguito di Scarantino e famiglia terminano il giorno in cui a San Bartolomeo a Mare il collaboratore si avventa contro Mario Bo, all’epoca dirigente di Di Ganci: «Ho cercato di fermarlo, ma lui mi ha sovrastato. Poi lo abbiamo ammanettato, continuava a inveire, ma non è vero che gli abbiamo messo una pistola in bocca, c’è sempre stato un rapporto di rispetto con lui - racconta -. In macchina le manette gli sono state anche tolte». Di tutto questo, però, non c’è alcuna relazione di servizio: «Non c’era questa abitudine».

«Aveva sempre qualche cosa che non andava - aggiunge poi, riferendosi a Scarantino -. In quel periodo le sue lamentele erano legate al fatto che voleva andare altrove, non gli stava più bene quella sistemazione». Non sa nulla del malessere e del particolare stato d’animo manifestato il 23 luglio ‘95, solo tre giorni prima della sua ritrattazione al cronista. «Non ho mai saputo di lesioni o minacce per farlo collaborare. Non sono mai voluto entrare nelle dinamiche della sua collaborazione, rispetto alla quale nessuno ha mai manifestato con me dei dubbi - dice -. E non ho mai visto Scarantino in possesso di documenti o verbali di interrogatorio». Verbali che è stato appurato che lui avesse proprio nel periodo di San Bartolomeo a Mare. «Non l’ho mai neanche visto leggere dentro casa con Ribaudo o Mattei», coi quali ricorda di aver svolto almeno un servizio fuori sede. «Successivamente, durante i processi, ho saputo di questi verbali con le annotazioni a margine». Ma, lo ripete più volte, in quel periodo trascorso con gli ex colleghi nessuno parlò mai di questo argomento.

«Perché non mi dovete credere?», domanda più volte scuotendo le mani e la testa, rivolgendosi al pm Luciani che insiste con le sue domande. «Nessuno lo ha istruito», tuona poi, riferendosi a Scarantino. «Nessuno può capire il mio stato d’animo e quello che io sto passando da cinque anni - si sfoga subito dopo -. Sono trattato come un criminale di Stato, l’anno scorso ho rischiato di morire per un’ulcera. Io non sono un criminale, sono uno che ha arrestato centinaia di mafiosi.A me piace fare servizio antimafia, e questo ho fatto nei giorni successivi a quel servizio fino alla pensione. Non ero felice di fare il maggiordomo a un uomo simile». Il finto pentito non gli ha mai detto di essere innocente, racconta ancora Di Ganci. Nessuno sfogo, nei suoi ricordi, in cui Scarantino ammetterebbe di non entrarci nulla con la strage di via d’Amelio o di essersi inventato tutto.

«Di quel telefono nella sua abitazione a San Bartolomeo a Mare mi sono ricordato leggendolo sui giornali - dice infine -, ma non ricordo che utilizzo se ne faceva». Di quel telefono non ricordava invece addirittura nulla fino alla deposizione al Borsellino quater, «all’epoca non lo sapevo», replica oggi a chi glielo fa notare, sottolineando che lui era uno di quelli che ascoltava le intercettazioni di quelle telefonate, alla procura di Imperia, ma non ricorda quale dei suoi colleghi fosse con lui. Non ricorda di chiamate fra Scarantino e qualche magistrato, funzionario di polizia o del gruppo Falcone-Borsellino. Né che Scarantino abbia mai ammesso di essere un falso pentito. «Non ricordo, non ricordo, non ricordo», ripete a più non posso tra un tic nervoso e un’occhiata quasi implorante (l’ennesima) verso gli imputati seduti davanti a lui. «Io non ho ricordi», continua a dire.

«Serviva una figura femminile». A San Bartolomeo a Mare, insieme a Scarantino e alla sua famiglia, c’è anche l’oggi sovrintendente Margherita Giunta. Trasferita alla mobile di Palermo nel ’94, all’epoca è un’agente in servizio alla terza sezione, quella dei reati contro la pubblica amministrazione. Del gruppo Falcone-Borsellino ne sa poco e niente, anzi, nemmeno lo conosce. Tuttavia, entra a farne parte. Durante la gestione del finto pentito serve qualcuno che si prenda cura di sua moglie, Rosalia Basile, e dei figli. Per questo serve categoricamente una donna: «All’epoca eravamo pochissime donne, da sei a nove, c’era l’esigenza di fare questo servizio e fummo prese dalle varie sezioni, non importava che fossimo di quel gruppo o meno, contava che fossimo della mobile», spiega oggi.

«L’agente donna si occupava della tutela della moglie di Scarantino - chiarisce -. La mattina alle 8 prendevo i bimbi e li portavo a scuola, dopo uscivo con la signora che mi diceva di volta in volta di cosa avesse bisogno: andavamo al supermercato, nei mercati rionali. Trascorrevamo molte ore insieme a fare tutti questi giretti, poi la riportavo casa e andavo a prendere i bambini a scuola. Dopo il pranzo, aiutavo i bambini a fare i compiti». Insieme a lei ci sono sempre anche due colleghi maschi, che Scarantino, di ritorno a casa, fissava sempre dritto negli occhi, «vedere se guardavano sua moglie - ricorda lei -. Lui era un personaggio pesante, non vedevo l’ora di uscire da quella casa. Si comportava male coi figli, li rimproverava di continuo. Ed era animalesco». Il legame che l’agente ha con quei bambini però è sincero e genuino, ed è in virtù di questo rapporto che Scarantino chiede spesso di lei, la vuole lì in casa a prendersi cura dei piccoli.

Dei suoi colleghi, solo di alcuni ha «un ricordo nitido». Tra questi c’è Fabrizio Mattei. Ma non Michele Ribaudo, ad esempio. È certa però di ricordare di non aver mai visto Scarantino in casa con dei documenti o con i suoi verbali di interrogatorio. «Non l’ho mai saputo - spiega -. Sono sempre stata presa dal mio lavoro, avrò sentito qualcosa alla tv o l’avrò letta sui giornali, ma non mi sono mai informata più di tanto». Proprio come Di Ganci prima di lei, anche Giunta è certa di non aver mai sentito Scarantino dire che la sua collaborazione fosse finta. Né che qualcuno lo minacciasse. E «non ricordo di aver visto fisicamente lì il dottor Bo a San Bartolomeo».

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