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Francesco Bellina racconta il viaggio sulla Mare Jonio
«A bordo anche Salvini alla fine avrebbe dato una mano»

Dalle foto del salvataggio ai segni delle torture, dalla possibile querela all'ex ministro agli aerei militari che ogni giorno sorvolavano la nave. Il fotoreporter condivide con MeridioNews il ricordo di un'esperienza che lo ha segnato per sempre

Gabriele Ruggieri

La foto del volontario che alza quasi al cielo un bambino salvato dalle acque per consegnarlo tra le mani di chi lo porterà al sicuro è diventata ormai iconica, un simbolo che se da una parte trasmette speranza, dall'altra inquieta per il pensiero di quello che succede nel Mediterraneo e alimenta il clima già rovente attorno alla questione migranti. Al di là della macchina fotografica c'era Francesco Bellina, fotografo trapanese da anni ormai di base a Palermo, imbarcato quasi per caso sulla Mare Jonio, la nave della Ong Mediterranea che ha compiuto negli scorsi giorni l'ultimo grosso salvataggio di vite umane nel Canale di Sicilia. Un'esperienza nuova per Bellina, che pure incentra buona parte del suo lavoro di fotoreporter sullo studiare e documentare i flussi migratori che dall'Africa arrivano fino in Europa. «Sono stato molte volte in Africa - racconta a MeridioNews - in Ghana, nel deserto del Niger, ad Agadez, l'ultimo luogo da cui i migranti partono verso la Libia, spesso senza nemmeno arrivarci vivi, ma mi è sempre mancato il passaggio in mare ed è stata la prima volta che salivo su una nave di salvataggio». 

Il salvataggio

Francesco si trovava insieme ad altri tre volontari di Mediterranea a bordo del gommone che per primo ha raggiunto l'imbarcazione alla deriva a circa 50 miglia da Misurata. «Ho delle convinzioni sul fenomeno dell'immigrazione, come qualunque cittadino, non le ho mai nascoste - continua - Ho deciso comunque di misurarmi con questo lavoro con la massima oggettività, come avrei fatto con qualunque altro servizio. In quel momento però viene fuori soprattutto il tuo essere uomo prima che professionista. Ci siamo avvicinati al gommone, il loro motore non funzionava e l'imbarcazione aveva iniziato a sgonfiarsi e non sapevamo se di lì a poco sarebbero arrivati i libici. Appena i naufraghi hanno capito che non eravamo miliziani hanno cominciato a salutarci. A bordo del gommone c'era di tutto: vomito, urina, cibo, pannolini. Molti migranti avevano ancora addosso la sabbia del deserto».

«Tutta la squadra di soccorso era composta da professionisti: paramedici, navigatori, soccorritori già rodati, io ero quello più impreparato. Sul gommone alla deriva i bambini non si vedevano ma erano tanti ed erano i primi da portare al sicuro. Così un momento prima scattavo le fotografie e un attimo dopo mi sono ritrovato con un bimbo in braccio, nella catena formata per mettere in salvo quelle persone. Ci sono voluti diversi viaggi dal barcone alla nave, con due squadre di soccorso. I migranti erano in mare da tre giorni, dopo due notti passate alla deriva e non avrebbero avuto nessuna possibilità di salvarsi».

Le torture e i migranti col telefonino

«Sono sempre più convinto che le missioni in mare siano delle cose straordinarie» dice ancora Bellina ripensando ai momenti vissuti sulla nave di salvataggio. Le tante polemiche sul ruolo delle Ong? Il fotografo ha una visione chiara su questo. «Tutto quello che stiamo vivendo è storia - spiega - si tratta di un grande esodo in cui migliaia di persone muoiono in cerca di una speranza, per liberarsi. Affrontando anche i lager. Non c'era una persona che non aveva ricevuto torture. C'erano donne incinte probabilmente stuprate dai carcerieri libici, c'erano vittime di tratta, un uomo addirittura riportava diversi morsi di cane. Scegliere da che parte stare non è una questione ideologica, è una questione di umanità. E questo lo testimoniano tutte le persone che si sono spese e che continuano a spendersi». 

Tra le tante tesi negazioniste di chi si oppone al salvataggio dei migranti c'è senza dubbio quella sui telefonini spesso fotografati o ripresi tra le mani dei naufraghi. Altro argomento su cui Bellina non si tira indietro. «È giusto che si parli dei telefoni - aggiunge. Se scappi da una guerra non porti certo con te le cose di ogni giorno, porti soltanto quelle che possono salvarti la vita. E poi, se non avessero il telefono, come farebbero a chiamare casa per chiedere i soldi del riscatto per i carcerieri? I ragazzi tenevano i loro cellulari avvolti dentro sacchetti per congelare gli alimenti, in modo che fossero al riparo dall'acqua».

«In un mondo ideale le navi delle Ong non dovrebbero neanche esistere - commenta ancora il fotoreporter - A bordo della Mare Jonio c'erano ragazzi che hanno messo da parte lavoro, studi, hanno risparmiato anche soldi per potere salvare vite umane. C'era una ginecologa di Brescia, una professionalità eccezionale messa a disposizione degli ultimi. Non ci sono né eroi né stranezze, c'è solo la scelta della parte da cui stare. Chiunque sulla nave faceva qualcosa, nessuno se ne stava con le mani in mano. Ho visto i marinai con gli occhi lucidi durante il salvataggio, persone che magari prima avevano idee anche diverse. Chiunque, persino Salvini, messo su un gommone di soccorso cambierebbe idea e si metterebbe ad aiutare le persone». 

Fare carriera sulle spalle dei migranti 

Da qualche anno Francesco Bellina racconta storie attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica, vendendo da freelance i propri scatti a importanti redazioni giornalistiche in Italia e all'estero. Dopo il report e il viaggio su Mare Jonio, però, è arrivata per lui anche una piccola fetta di notorietà, con tutte le controindicazioni del caso, a partire dalla valanga di insulti e minacce sui social, anche attraverso i canali privati. Tra le accuse non manca ovviamente quella di volere speculare sulla pelle dei migranti, ma anche su questo il reporter non si scompone. «È un po' come la storia di Saviano con l'attico a Manhattan, no? - dice sorridendo - Se fai un mestiere, qualunque esso sia purché fatto in modo etico e onesto, è giusto che tu venga pagato. La mia carriera l'ho cominciata quando ho smesso di raccogliere meloni in nero tra le campagne di Paceco. Dopo questa esperienza continuerò a raccontare le storie e i problemi delle persone, con un occhio di riguardo verso gli sfruttati, qualsiasi sia la loro nazionalità. Non è compito dei giornalisti risolvere i problemi del mondo, i giornalisti raccontano i problemi e possono essere da pungolo per la politica, ma non possono sopperire alle mancanze di una classe politica che non è in grado di fare abbastanza per la situazione dei migranti come per tante altre questioni». 

La querela a Salvini

Tra i tanti che hanno commentato in un modo o nell'altro il lavoro di foto e video raccolti sulla Mare Jonio c'è stato anche l'ormai ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, che ha utilizzato uno dei video di Bellina, modificandolo con l'aggiunta di una sorta di frase sarcastica, per uno dei suoi post contro i migranti. Un'azione che di certo non è passata inosservata e che potrebbe costare la querela all'ex vicepremier leghista, che ha utilizzato quelle immagini in maniera gratuita, violando quasi certamente un copyright, per questo Bellina ha dato mandato al proprio avvocato di capire se ci sono gli estremi per procedere con un'azione legale.

«Ci sono due cose che mi fanno incazzare in modo particolare - spiega Bellina - La prima è quando a un lavoratore non viene riconosciuto il suo lavoro e in questo mi riferisco a tutta una serie di giornalisti e fotografi precari, freelance, miei coetanei o anche più grandi, che si fanno in quattro per racimolare a stento trecento euro al mese, ma vanno avanti comunque sentendo quello che fanno come una missione, denunciando quello che non va e magari poi vedono i frutti del proprio lavoro rubati o copiati in giro per la rete. E la seconda cosa è la mistificazione della realtà e la creazione di fake news. Me la sono presa con il ministro ormai uscente semplicemente perché ha mistificato quello che La Repubblica ha pubblicato nero su bianco nell'articolo che conteneva anche alcune mie foto e dei video, con le dichiarazioni della dottoressa a bordo che parlava della gioia dei migranti una volta appreso che la Libia era ormai lontana e le torture erano finite. Distorcere le notizie in questa maniera è immorale, ha dato una interpretazione opposta a quella che è la genesi del mio lavoro e lo ha per scopi personali e politici».

Domani

C'è ancora tanta Africa nel futuro di Francesco Bellina, che in questi giorni espone in Svizzera la serie Tankara, realizzata con Giacomo Zandonini, un racconto fotografico della condizione dei migranti ad Agadez in attesa di partire alla volta della Libia. «A fine settembre tornerò in Niger per continuare a parlare del fenomeno migratorio - aggiunge il fotoreporter - Si è creato questo corridoio umanitario con la Libia e con diversi campi gestiti da enti sovranazionali come l'Unhcr, pieni di persone che aspettano di partire anche a costo di morire, nel deserto o per mare. Non bisogna interrogarsi su quanti soldi costino le Ong e i salvataggi, non bisogna chiedersi quanto costa l'umanità, bisogna chiedersi quanto costano gli aerei militari che ogni giorno ci sorvolavano durante la navigazione. Non dimentichiamoci che il Libia c'è una guerra». L'ultimo pensiero di Bellina, tuttavia, è riservato esclusivamente a Mediterranea:  «Voglio ringraziare - conclude Bellina - tutti i volontari, i marinai, perché se mi sono reso veramente conto di qualcosa è di quanto siano importanti queste persone per un mondo migliore». 

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