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Gli uomini degli Inzerillo, tra americani ed ex galeotti
Dal fumantino zio Sarino alle paturnie di 'u farfalla

Persone di fiducia quelle scelte per fare da colonne al mandamento di Passo di Rigano. C'è l'anziano boss tornato dagli Usa che in gioventù «le persone le uccideva come nulla fosse»; il capo mandamento con l'ansia per la Cassazione e quello che ha schivato l'arresto per un problema di ... fretta

Silvia Buffa

Sono tanti gli uomini che si sono fatti trovare pronti al ritorno in città degli Inzerillo, dopo l’esilio forzato negli Stati Uniti voluto dai corleonesi. Dalla loro ci sono americani e palermitani, che collaborano insieme ad un fine comune: quello di ricostituire lo storico mandamento di Passo di Rigano, riportando in auge il vecchio codice. Tra questi c’è, in prima fila, Rosario Gambino, per tutti l’americano o zio Sarino, particolarmente conosciuto per la sua irruenza. «Lui si consuma, si consuma. È nervoso, è troppo incazzoso con tutti», diceva preoccupato un sodale dagli Usa, alludendo a quel suo caratteraccio che ha rischiato più volte di intaccare equilibri ormai consolidati. «Litiga con chiunque, lo hai capito, e qua...a lui gli sembra che...minchia! Mio cugino Franco (Francesco Inzerillo ndr) faceva come un vitello», racconta anche Tommaso Inzerillo, fermato ieri nel blitz scattato all’alba per sgominare il rinato mandamento.

Condannato a 28 anni negli Stati Uniti per traffico di eroina, veniva contemporaneamente indagato sul fronte italiano dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Il 6 giugno 1983 era stato condannato in primo grado dal tribunale di Palermo a 20 anni di carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti con l’aggravante di aver commercializzato grosse quantità, pena poi ridotta dalla corte d’appello. Nel 2012, con l’assoluzione giunta al termine del processo di revisione disposto dalla Cassazione, viene definitivamente scarcerato, stabilendo a tutti gli effetti la sua residenza di nuovo a Palermo. Un ritorno particolarmente atteso, il suo, secondo i racconti del pentito Vito Galatolo, per via della sua reputazione nell’ambiente criminale. «Le persone le uccideva come nulla fosse... Aspettavano lui per fargli prendere tutte cose in mano nella sua borgata. Aspettavano a lui perché è una persona molto in gamba, pure che ha una certa età si faceva rispettare..», racconta ai magistrati solo tre mesi fa. Racconta anche di come zio Sarino, nonostante sia di bassa statura e corporatura minuta, abbia commesso parecchi omicidi: «Si si ma ne ha fatti tanti.. mi diceva tanti, ne aveva fatti tanti omicidi, è una persona molto rispettata Rosario Gambino».

Ed è proprio quella sua inclinazione alla violenza facile che contribuisce a costruire una certa percezione di lui sul territorio, dove è conosciuto come un soldato particolarmente avvezzo a palesare il suo rango mafioso nei confronti dei commercianti impegnati nelle loro attività nel territorio di Borgo Nuovo. Non incute però timore proprio a tutti. Anzi, scherzano prendendolo in giro i titolari di una farmacia contro la quale lui avrebbe sparato o fatto sparare dei colpi di pistola, distruggendone le vetrine: «Quello è capomandamento della cosca qua...sembra un minchione, vero? E intanto ha un sacco di proprietà, un sacco di attività, un sacco di cose di qua e di là… hai capito? - dicono, intercettati -. Si è fatto quasi undici anni di galera in America…in America ha una catena di negozi, di supermercati di ristorazione, dove ci sono i figli… Lui non può stare più là, quando fai un reato per mafia o un reato per riciclaggio, se sei in America, fai la galera seria, no che ti fanno tipo la riduzione della pena come qua.Appena esci fuori… visto che comunque hai la cittadinanza, perché comunque te la levano, tu vieni espulso».

Sarebbe sempre lui, zio Sarino, che sul territorio avrebbe dato disposizione su postazioni e soldi da corrispondere per i venditori: «Solo un tipo di birra, è giusto, là, allora, qua, non abbiamo fatto lo stesso, noialtri abbiamo fatto solo le mezze birre, là, puoi vendere tutte cose, infatti dice che lui se l’è mutriata». Sarebbe deputato, infatti, ad autorizzare l’apertura ed il posizionamento di esercizi e postazioni ambulanti, come nel caso del barbiere, di altri esercizi di gastronomia e delle postazioni per la festa rionale, prendendosi per questo anche i ringraziamenti di rito a fine serata da parte degli artisti presenti. Ma a contraddistinguerlo sarebbe, in quasi tutte le situazioni, sempre l’inclinazione alla violenza, che lo avrebbero reso protagonista di continui litigi. «E lui litiga con quello? Quelli sono venti, tutta una cosa… Ma se tu, alzi le mani così, quelli si lasciano andare», si sfogava infatti un sodale della famiglia.

Ma al fianco di Masino Inzerillo c'è anche un altro personaggio che avrebbe avuto, secondo le indagini, un ruolo di spicco, è Giovanni Buscemi, ‘u farfalla. Scarcerato dopo 24 anni di detenzione per associazione mafiosa e omicidio, si è immediatamente fatto avanti una volta uscito di galera pretendendo un ruolo che fosse all’altezza dei suoi trascorsi. Non è un caso che, a poche settimane dalla sua scarcerazione, sia tra i presenti alla riunione della Commissione provinciale a Baida del 29 maggio 2018. Dopo un periodo di latitanza, viene arrestato nel ’94 come uomo d’onore di Passo di Rigano e fedele collaboratore di Riina. Malgrado una sentenza d’ergastolo, viene scarcerato nel 2018. Nelle pieghe di questa recente inchiesta, Buscemi si sarebbe ritagliato una posizione di assoluto rilievo, per via soprattutto del suo immediato reinserimento nelle magie di Cosa nostra. È alla riunione del 29 maggio che Francesco Colletti, boss di Villabate, lo vede per la prima volta: «Non lo avevo mai incontrato, anche perché era stato tanto tempo in carcere», dice ai magistrati. «Ormai lui è rovinato», confida anche Masino alla moglie Rosa, a proposito di Buscemi, contestando la scelta del suo sodale di aver preso parte alla riunione di Baida.

Si sarebbe dato da fare in seno al mandamento, ‘u farfalla, ma fino a un certo punto. Su di lui grava un pensiero che pesa come un macigno, quello della «Cassazione a giugno. Questo è il mio problema per adesso, Masino - si sfoga col boss -. Appena ho i tempi giusti e le spalle più alleggerite, sono più libero», lo rassicurava. Malgrado i suoi pensieri, però, manteneva immutata la sua reputazione: «Te l’ho detto, lui capisce, quello c’è nato», commentano proprio alcuni sodali del mandamento, sottolineandone il carisma, la forte personalità e la caratura criminale. Ma tra gli uomini di fiducia degli Inzerillo c’è anche un altro nome di tutto rispetto, è quello di Simone Zito, che avrebbe diviso il suo impegno per il mandamento facendo spola continua fra Torretta e Philadelphia, dove gestisce un bar. È qui che l’Fbi perquisisce le sue proprietà, non potendo però andare oltre. Lui tra i fermati di ieri infatti non c’è, perché la fuga di notizie a mezzo stampa sulle inchieste che riguardavano gli scappati hanno costretto le autorità a dare un’accelerata alle indagini, impedendo di avere il tempo necessario per chiedere nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale.

Un boccone amaro da mandare giù, visto lo spessore criminale che avrebbe avuto il presunto sodale dei boss di Passo di Rigano, a cui gli investigatori attribuiscono oggi l’importante ruolo di anello di collegamento per curare e mantenere i contatti americani. Il suo, scrivono gli inquirenti, è un rilevante curriculum criminale. Già dal dicembre del 1986 si rendeva irreperibile in seguito all’ordine di cattura da parte della procura di Palermo per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Rimane latitante fino al 24 aprile 1990, quando viene catturato a casa dei suoceri a Torretta durante i festeggiamenti per il suo 28esimo compleanno. Il suo nome ritorna durante le indagini sul mandamento di Passo di Rigano: Zito, insieme al figlio Calogero Christian, arrestato nel blitz di ieri, è presente a molti incontri con gli uomini d’onore del posto. Ma è anche uno dei titolari occulti della Edildecor di via Leonardo da Vinci, un’impresa che secondo i magistrati sarebbe stata nelle mani della famiglia mafiosa di Passo di Rigano. Oltre a lui, le indagini svelano che molti dipendenti sarebbero stati proprio diversi esponenti della famiglia mafiosa, assunti in occasione della loro ammissione a programmi riabilitativi ed a misure sostitutive della detenzione in carcere. Tra questi c’è anche lui, Simone Zito. La cui presenza, però, genera qualche frizione. «A lui non lo volevano», commentano tra loro alcuni sodali del mandamento, c’era qualcuno che ambiva alla sua stessa posizione che proprio «non lo poteva vedere».

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