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Khaossou, dalla fuga dal Senegal ai progetti a Palermo
«Parlare ed esprimersi, solo così si supera il razzismo»

Passa per il Mali, il Burkina Faso, il Niger, il deserto e infine per le mezra della Libia. «Quando sono partito non avevo idea di dove sarei finito», racconta oggi il giovane presidente di Niofar, l'associazione di promozione sociale che supporta i nuovi arrivati

Eleonora Magno

Foto di: facebook

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Se mai è esistita l’idea di un Paese abitato da persone di un’unica etnia, Palermo vi ha rinunciato da tempo. Sugli autobus e per le vie della città è possibile vedere volti di diverso colore, ognuno portatore di una storia. È al Politeama, in un ventilato pomeriggio di luglio, che MeridioNews incontra un volto nuovo, quello che potrebbe sembrare il viso di un ventenne sereno, ma che serba, come molti visi simili, la storia di un lungo viaggio. Si chiama Khaoussou Diassigui ed è il presidente dell’associazione di promozione sociale Niofar, composta da giovani senegalesi che qui a Palermo hanno deciso di «stare insieme» (è questo il significato della parola, in lingua wolof, oggi parlata dal 60 per cento dei senegalesi) e creare una comunità di riferimento per i nuovi arrivati, per chi ha bisogno di un confronto, per chi semplicemente vuole stare in compagnia.

Khaoussou parla un fluente italiano, ha un sorriso grande quanto una fetta di melone, ed è molto impegnato. Tra un incontro a piazza Verdi con l’Agenzia Nazionale Giovani e un altro appuntamento, riesce a parlare anche con noi. «Niofar - dice subito - o, meglio, l’idea che poi avrebbe generato Niofar, nasce nel 2017 a Casa Marconi, presso il centro di accoglienza di Asante onlus. All’inizio si trattava di vedersi gli uni a casa degli altri, di parlare, di confrontarci. Eravamo ragazzi e stavamo tra noi, anche perché al centro di accoglienza era disponibile solo uno psicologo su 300 persone. Abbiamo potuto concretizzare l’idea e creare l’associazione, in seguito, grazie all'aiuto di Roberta Lo Bianco, la responsabile del settore immigrazione del Cesie». Non sanno ancora che quello è solo l’inizio, in soli due anni l’associazione ha compiuto passi da gigante, partecipando a un bando dell’Unhcr e realizzando il progetto Damiano bou bess.

«Nella nostra lingua significa creare una nuova società - racconta ancora Khaoussou -, e infatti il progetto si diramava in una serie di attività come i corsi di italiano, i corsi di corsi di wolof per i palermitani, attività di volontariato e sensibilizzazione nelle scuole sul tema dell’immigrazione. Ma la cosa più importante è stata la creazione di uno sportello di orientamento che aiutasse i giovani locali a trovare servizi di assistenza, legale o sanitaria. Molti problemi nascono in realtà dall'ignoranza, quando non sai come fare diventi vulnerabile». Khaoussou sembra essere ben consapevole della necessità di informazioni affidabili, e del nesso che c’è tra la conoscenza della lingua e la possibilità di farsi strada nel mondo. Parla italiano, inglese e francese, e racconta di appunta, ancora in versione beta, che ha avuto modo di sviluppare in occasione dell’alternanza scuola-lavoro: «Si chiama Language Storm, per farla funzionare avremmo bisogno di un finanziamento, ma una volta pronta mi piacerebbe utilizzarla per l’associazione, per aiutare i ragazzi che arrivano qui a imparare l’italiano, e per facilitare in generale lo studio delle lingue straniere».

E non a caso, infatti, il prossimo progetto dell’associazione ha a che fare con la scuola: a breve verranno attivati corsi di lingua, con l’ausilio di un tirocinante di Bologna, che serviranno a fornire una preparazione su come affrontare l’anno scolastico. Tutto il possibile, quindi, per fornire un sostegno laddove esso è fondamentale, e cioè nel settore dell’istruzione. «Quando sono partito - continua Khaoussou - non avevo idea di dove sarei finito. Ho percorso un lungo viaggio, partendo dal Senegal, passando per il Mali, Burkina Faso, Niger, il deserto e infine la Libia. Non sapevo una parola d’italiano, arrivato a Palermo i corsi di lingua sono iniziati dopo tre settimane, senza quelli non sarei probabilmente dove sono ora». Quando riflette su quale potrebbe essere il miglior metodo antirazzismo sorride, non c'è una risposta universale. Ma lui ci prova comunque: «Parlare, esprimersi, fare capire quello che si ha in mente, senza irrigidirsi. Anche se è difficile». 

Guardando Khaoussou si può soltanto tentare di immaginare cosa abbia visto e vissuto in prima persona, in quali luoghi sia stato, cosa gli sia successo. E se l’immaginazione è clemente, la realtà lo è meno. Nonostante questo, però, sembra che abbia ancora le forze per fare molto. «All'università vorrei studiare impresa e marketing, sono queste le cose che mi interessano. Con l’associazione continueremo a partecipare ai bandi e alle occasioni che ci si presenteranno», conclude, mantenendo intatto quello sguardo al futuro che sa di speranza e ottimismo.

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