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Caso Mered, pena a 5 anni ma scarcerazione immediata
Riconosciuto l'errore di persona. «Non è lui il Generale»

L'uomo in carcere dal 2016 è Medhanie Tesfamariam Behre, un ex lattaio processato erroneamente. A stabilirlo, dopo circa 60 udienze, è la sentenza della seconda corte d'assise, che gli attribuisce però il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

Silvia Buffa

Non è lui il Generale. Dopo 60 udienze e due corti differenti, Medhanie Tesfamariam Behre viene finalmente riconosciuto col suo vero nome dopo tre anni. Non è lui il trafficante. La seconda corte d'assise di Palermo lo ha comunque condannato a cinque anni per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, tuttavia il giudice ne ha decretato la scarcerazione immediata, di fatto riconoscendo tutte le attenuanti generiche, dato che ha già scontato tre anni. 

Caduta nel vuoto l'accusa di traffico di esseri umani e ordinata l'immediata rettifica delle sue generalità. Dal 2016 a oggi, in pratica, si è processato l'uomo sbagliato. «Errore di persona» scandisce chiaramente il giudice Montalto, pronunciando la sentenza. La condanna, sottolineando l'inefficacia della misura cautelare, scatta per il fatto di aver mandato i soldi dei cugini Samsom e Gerie a un trafficante per il loro viaggio. Eppure sono i magistrati stessi che nelle carte dell'inchiesta scrivono che i migranti durante il viaggio chiedono ai parenti il resto dei soldi da mandare ai trafficanti. Venendo riconosciuti comunque come delle vittime di questo perverso sistema. 

Perché nel caso dell'uomo a processo questo stesso ragionamento non vale? Nessuno qui di fatto lo applica, le considerazioni presuppongono anzi un reato, quello appunto del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, che gli vale una condanna dal sapore amaro. Nel suo caso, insomma, lui non sarebbe un parente che sta aiutando un cugino a liberarsi del tutto dei trafficanti che lo tengono in pugno. Così ha deciso la seconda corte d’assise, dopo ore di camera di consiglio. Ci sono voluti fior di periti ed esperti, intercettazioni e fotografie, testimoni su testimoni. Ad ascoltare trepidanti la lettura della sentenza ci sono anche una delle sorelle del ragazzo detenuto, Hiwet, insieme al marito, accompagnati dall’attivista per i diritti umani e giornalista Meron Estefanos. 

Sin dall’inizio il processo è partito con un dubbio in seno: è lui o non è lui il temibile trafficante di uomini ricercato dalla polizia di mezza Europa? Per l'accusa, che aveva chiesto una condanna a 14 anni, non ci sarebbero mai stati dubbi. L’uomo arrestato in quel caffè di Khartoum il 24 maggio 2016 è un trafficante. Arrestato con il nome di Medhanie Yehdego Mered. E i dubbi su quell’identità non sembrano aver spostato mai più di tanto l’accusa. Che sia lui o meno, di certo si tratta di un trafficante di uomini, questa la linea seguita in circa due anni di processo. Lo dicono le conversazioni, lo dicono i contatti nel telefono, lo dice la polizia sudanese. 

Nessuno ha mai avuto il dubbio che quel ragazzo fosse la persona sbagliata, che fosse davvero il lattaio andato via dall’Eritrea in attesa di partire in direzione della Libia alla volta dell’Europa. Non è lui il Generale, per la difesa lo dicono tutte le persone che lo hanno conosciuto personalmente e sono venute a Palermo per testimoniarlo, lo dicono le conversazioni, le stesse interpretate diversamente dalla procura, lo dicono le foto, quelle che mostrano due volti diversi per Mered e per Behre. Soprattutto lo dice il ragazzo tenuto in carcere dal 2016. 

Lo dicono anche le persone più vicine al vero trafficante, dal fratello Merhawi Yehdego alla moglie Lidya Tesfu, che messi di fronte a quel volto non riconoscono il loro congiunto, non riconoscono nessun Mered. Lo dice un test del Dna, mai ammesso al processo, che dimostra che quella donna ha avuto un figlio col trafficante, così come un altro test, quello che dimostra invece la parentela fra il ragazzo processato e la madre, venuta fino a Palermo. «Abbiamo sempre sostenuto che lui non fosse il Generalee oggi finalmente una sentenza lo stabilisce - afferma l'avvocato della difesa Michele Calantropo - Se sia colpevole di favoreggiamento o meno di suoi parenti lo vedremo in appello, secondo questo principio praticamente dovrebbero condannare tutti gli eritrei». Adesso l'uomo accusato di essere un pericolosissimo trafficante tornerà al Pagliarelli per raccogliere le sue cose, dopo di che sarà, dopo tre lunghi anni, di nuovo libero. Per lui l'avvocato Calantropo ha presentato richiesta d'asilo.

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