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#NoEasyRiders, la campagna per i ciclo-fattorini
«Pochi diritti e di cui non tutti sono consapevoli»

Un'iniziativa per sensibilizzare, innanzitutto, gli stessi ciclo-fattorini, non tutti consapevoli dei diritti acquisiti e di quelli purtroppo ancora inesistenti. «Se un riders fa un incidente stradale durante l’orario di consegne, è come se lo facesse da privato cittadino»

Eleonora Magno

Foto di: cgil palermo

Foto di: cgil palermo

Prima delle sette di sera, a Palermo, via Catania è trafficata come tante altre. Verso quell’ora, però, al 166/A si ferma un gruppetto di motorini, i cui autisti scendono lungo uno scivolo e risalgono con un bauletto targato Social food. Sono i riders, la categoria di lavoratori atipici più discussa dell’ ultimo periodo, vuoi perché del tutto privi di diritti, e quindi ancora più lampanti nella loro vulnerabilità, vuoi perché sono stati proprio gli attuali membri del Governo a promettere che avrebbero definito la loro posizione, anche se ancora nulla è accaduto. Si sono ritrovati ieri proprio in quella trafficata strada del centro, a pochi metri da via Libertà, davanti alla sede di Social Food, per aderire alla campagna #NoEasyRiders lanciata dalla Cgil su scala nazionale e rivolta proprio ai riders, protagonisti e destinatari primi dell’iniziativa. Che, a sentire le parole del segretario generale Nidil Cgil Andrea Gattuso «in futuro continuerà con gli altri ristoranti della città frequentati dai ciclo-fattorini». 

L’iniziativa punta a sensibilizzare quanta più gente possibile distribuendo volantini e gadget luminosi, utili soprattutto per chi consegna in bicicletta. Ma i primi da sensibilizzare, intanto, sono proprio i cosiddetti ciclo-fattorini, spesso inconsapevoli dei loro diritti. Qualcuno, però, sembra destreggiarsi bene tra i concetti base, dimostrando di conoscere i termini di rinnovo del proprio contratto (annuali) o di essere privo di tutele. A ricordare che non vi è sufficiente attenzione sul piano nazionale è, appunto, Andrea Gattuso: «Tempo fa il ministro Di Maio ha promesso un tavolo ministeriale con le organizzazioni sindacali standard e i gruppi informali di riders nati nelle diverse città, e in effetti questo tavolo è stato creato. Ma dopo un anno non ha conseguito alcun risultato», spiega.

«Con questa campagna - torna a dire -, ci proponiamo innanzitutto di estendere ai riders i contratti collettivi di lavoro attualmente disponibili, cioè il contratto collettivo sulla logistica, trasporto merci e spedizione della Filt, oppure quello sulla ristorazione della Filcams. Vogliamo estendere a questa categoria le tutele dei lavoratori subordinati, quelle che spettano in caso di malattia, ferie, il salario minimo e non più quello a cottimo. Inoltre, insistiamo molto anche sull’aspetto assicurativo: al momento, infatti, se un riders fa un incidente stradale durante l’orario di consegne, è come se lo facesse da privato cittadino, perché la quota Inail non copre i danni, e ogni spesa è quindi a carico suo. Vengono versati dei contributi, sì, ma nella sezione a gestione separata dell’Inps dedicata lavoratori parasubordinati, che aderiscono cioè ai contratti co-co-co: collaborazione coordinata e continuativa. Per il resto, però, non hanno Tfr. In caso, possono attivare la Dis-coll, cioè l’indennità mensile di disoccupazione. Non è detto che però tutti lo sappiano», sottolinea il segretario.

L'idea, intanto, è di ripetere l’evento di ieri anche da Mc Donald, che è uno dei posti più frequentati dai ciclo-fattorini, e altri ristoranti con la medesima affluenza. Parlare con i protagonisti della manifestazione è facile, sono per lo più giovani, liceali e universitari, disposti a condividere le loro esperienze. C’è A., ancora a scuola, che ha iniziato a lavorare a 18 anni per aiutare la famiglia e per raggiungere la tanto agognata indipendenza, e che si dice contento, perché studia e lavora, porta un contributo a casa e riesce a soddisfare le proprie esigenze personali. L’unica cosa che lo lascia un po’ perplesso è che gli è capitato di vedere alcuni colleghi correre un po’ troppo, e non essere rispettosi del codice della strada. Dall’altro lato però c’è M., che ricorda di quando, durante la giornata di affiancamento, il tutor le disse che la sua vita non valeva alcun rischio e che doveva essere cauta alla guida.

In genere, tramite il passaparola si ottiene un colloquio con i gestori della società, se lo si supera (i requisiti sono patente e ciclomotore disponibile) si fa un giorno di prova, il cosiddetto affiancamento. A quel punto, si sceglie se iniziare a lavorare oppure no. Si dà la disponibilità dei giorni, e ogni settimana il calendario si rinnova in base alle presenze comunicate. L’unico vincolo, dice D., è che bisogna lavorare il sabato, altrimenti si potrà soltanto lavorare il venerdì, il sabato o la domenica della settimana successiva. La remunerazione? 3,60 euro netti a consegna, di cui 2,90 pagati da Social food e 0,70 centesimi pagati dal cliente. Il tutto accreditato sull’app. Verso febbraio sono stati inoltre introdotti alcuni bonus, come quello del maltempo e della distanza. Il primo viene attivato, almeno a Palermo, sporadicamente, il secondo prevede un incremento di paga, in termini di centesimi, a seconda della fascia di chilometri coperta. Da tre a cinque è previsto un incremento di venti centesimi, da cinque a sette/otto chilometri un incremento di quaranta centesimi. D. però ricorda come gli aumenti non siano cumulativi. Dato che in media si lavora quattro ore, e che solitamente si fanno almeno sei o sette consegne, ogni sera i riders di Social food guadagnano tra i venti e i venticinque euro. D. fa notare come altre società, come per esempio Glovo, magari paghino di più ma dal prezzo va detratta l’Iva al 22 per cento. Inoltre, Glovo non consente di avere un rapporto con qualcuno, perché ha soltanto l’app, come invece accade per Social food

Ascoltando i ragazzi, emerge che nonostante la mancanza di tutela dal punto di vista legislativo, si sentano comunque rassicurati dalla prospettiva di potere avere un contatto umano con i membri dello staff, consapevoli che se in caso di problemi possono sempre chiamare qualcuno. «È vero - dice D. - non abbiamo riconosciuta la malattia, e sul piano dell’assicurazione siamo scoperti. Io mi sentirei più tranquillo se ci fossero miglioramenti da questo punto di vista. Però è anche vero che se sto male posso avvisare anche un’ora prima dell’inizio del turno, non vengo pagato ma non sono nemmeno “costretto” a lavorare. L’organizzazione del calendario funziona sulla base della disponibilità». E se si fa un incidente? Qualcuno presente all'iniziativa racconta che in un caso i colleghi hanno fatto una colletta, aiutati anche dai membri dello staff. Contributi informali, che però si sono dimostrati preziosi sul momento. Inoltre, afferma M., non ci sono problemi particolari nemmeno per le spese di mantenimento dei mezzi, perché alla fine, dato che a volte i clienti stessi danno delle mance, si riesce a coprire i costi.

Si ha però la sensazione che tutte queste siano soluzioni locali trovate a un problema che invece ha proporzioni nazionali. Lo dimostra anche solo la campagna della Cgil, attivata in città come Bari, Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Roma e Torino, a prova del fatto che la mancanza di tutele sia avvertita sul territorio. Partecipa all’evento anche l’Udu Palermo. «Siamo qui per sostenere i riders in quanto lavoratori atipici privi di tutela - dice il vice coordinatore Davide Patricolo -, ma anche perché molte di queste persone sono anche studenti universitari, e non conoscono tutela nemmeno su quel fronte, dato che all’università di Palermo esiste solo la categoria di studente part-time e full-time, ma non quella di “studente-lavoratore”».

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