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Cep, distrutta la targa in memoria di Impastato
Intatta per meno di 24 ore. «È ancora scomodo»

Dopo 41 anni sembra che la figura del militante ucciso da Cosa nostra continui a dare fastidio. Questa la convinzione del fratello e del presidente della sesta circoscrizione, dopo il gesto di stanotte: «Solo con la legalità si va avanti, senza ci sono solo Ucciardone e Pagliarelli»

Silvia Buffa

Foto di: massimo giaconia

Foto di: massimo giaconia

Era stata collocata nuova solo ieri mattina, ma la targa in memoria di Peppino Impastato in quel giardino omonimo a lui dedicato è durata meno di 24 ore. Siamo nel quartiere San Giovanni Apostolo, conosciuto dai più come Cep, dove il giardino pubblico dedicato al militante comunista ucciso da Cosa nostra nel '78 versava da tempo in stato di abbandono. Bonificato grazie all'impegno concreto della sesta circoscrizione e della vicina scuola Saladino, che lo ha adottato, è stato restituito alla comunità in modo che tutti, nel quartiere, potessero di nuovo usufruirne. Ieri la ricollocazione all'interno del bene restituito anche della targa commemorativa, un segno tangibile che «un giardino come questo può rappresentare una possibilità per sviluppare l’aggregazione tra giovani e può quindi diventare un luogo concreto per far crescere la cultura antimafia», osservavano solo ieri i volontari e gli attivisti di Casa Memoria.

«L’intitolazione a chi, come Peppino Impastato, si è battuto per la giustizia sociale dal basso e per la lotta contro la prepotenza dei mafiosi è molto importante e serve ad alimentare la memoria di tutti quelli che si sono impegnati per il miglioramento di questo Paese. Al contempo è un modo per stimolare e promuovere il rispetto dell’ambiente, del territorio ed il senso della collettività». Tutta questa memoria, però, a qualcuno non sembra essere andata tanto giù. Difficile stabilire se si sia trattato di un atto vandalico svincolato da retropensieri, dettato forse più dal gusto di sfregiare qualcosa di nuovo che la memoria di qualcuno. O di un gesto che si scaglia contro il senso di legalità che spazi come questo vogliono invece alimentare. Cos'è che ha dato più fastidio, insomma, il bene recuperato e restituito a tutti i residenti del quartiere o la scelta di intitolarlo a una figura come Peppino? Questo l'interrogativo da cui partire all'indomani dell'amara scoperta. Ricominciando comunque da lì, da quel giardino tra la via Paladini e la via Calandrucci, dove si sono appena riuniti presidente e consiglieri della sesta circoscrizione, insieme ai membri della terza commissione.

«La cosa grave è che è successo tutto a meno di 24 ore, probabilmente questa notte stessa, uno scempio, un fatto gravissimo - commenta a caldo Giovanni Impastato, presente ieri alla cerimonia di restituzione del giardino -. Questa brevità di tempo significa che c'è un'ostinazione nel non farci fare nulla in quel posto, forse vogliono mantenerlo in quel modo, per com'era prima. È una provocazione e una minaccia vera e propria, questa tempistica mi colpisce molto». E sulla natura del gesto, lui, non sembra avere troppi dubbi. «Nell'immediatezza del gesto penso sia stata una cosa fatta contro Peppino, che resta una figura scomoda. Significa quasi un volerci dire "voi qua non fate nulla, nel quartiere comandiamo noi". Saranno stati i soliti bulli del quartiere - ipotizza -, che non vogliono forse che le cose funzionino in un certo modo. Questo gesto è una minaccia nei confronti di chi si è impegnato per recuperare questo spazio, dalla circoscrizione alla scuola, ma lo è anche nei confronti della figura di Peppino. È una cosa fatta apposta, ad arte, non è passato un anno, ma nemmeno un giorno. Bisogna svolgere indagini chiare e precise, non sottovalutiamo le cose, dietro ai soliti bulletti di quartiere c'è sempre qualcun altro. Io sono per andare rimettere la targa e rifare tutto», dice con forza. 

Dello stesso avviso anche il presidente della sesta circoscrizione Michele Maraventano, che ha riunito l'intero consiglio di circoscrizione sul posto, dove sono accorsi anche alcuni cittadini, Giusto Catania, nelle vesti sia di preside della scuola Saladino che di assessore al Decoro, e i docenti dell'istituto, insieme anche all'associazione San Giovanni Apostolo. «Noi gridiamo ad alta voce che non ci fermeremo - dice subito il presidente -. Che sia stato un atto di vandalismo o un'azione mafiosa, sempre un atto di illegalità è. Se il ragazzo che potrebbe averlo commesso fosse cresciuto in una famiglia diversa, non avrebbe fatto una cosa del genere. Non sappiamo quale sia stato il fine, ma è chiaro che Peppino Impastato dà fastidio a tanti». L'impressione del presidente si snoda sulla falsariga di quella che l'episodio ha subito suscitato anche nel fratello del militante ucciso. «Stiamo ragionando adesso su una manifestazione, coinvolgendo sindaco e giunta, per dire non solo a questa piccolissima parte di territorio ma a tutto quanto che con la legalità si va avanti e vi possono essere democrazia e futuro. Senza quella, ci sono solo Ucciardone e Pagliarelli». 

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