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Caso Mered, le battute finali: oggi la requisitoria del pm
«Uomini trattati come merce». Chiesti 14 anni di carcere

Questa la richiesta del pm Calogero Ferrara, dopo una disamina conclusiva durata circa sei ore e che ha toccato i punti salienti delle indagini. Quelle che hanno portato all'arresto dell'imputato nel 2016 e al processo. «Abbiamo ascoltato conversazioni inequivocabili»

Silvia Buffa

Quattordici anni di detenzione e 50mila euro di multa per il Generale. Questa la pena chiesta dalla procura per l'uomo ritenuto il boss della tratta Medhanie Yehdego Mered. L'imputato, detenuto dal 2016 al Pagliarelli di Palermo, ha sempre dichiarato però di non essere il noto trafficante ricercato dalle autorità di mezza Europa, ma un falegname di nome Medhanie Tesfamariam Behre, vittima di uno scambio di persona. Proprio Medhanie, quel nome che i due hanno in comune, è quello che ricorre di più nella requisitoria del pm Calogero Ferrara. La sua è una delle schede più complesse, anticipa il magistrato, che arriva a lui dopo già quasi due ore di ricostruzione dei passaggi principali delle indagini sul tema della tratta di migranti. Un profilo raccontato attraverso tre filoni principali, partendo dalle risultanze delle investigazioni del 2014, svolte dalla procura di Palermo e di Roma, passando per le vicende relative al tracciamento e poi all'arresto in Sudan, fino all’identificazione e alle contestazioni dei fatti commessi. C'è spazio anche per una parentesi sulle risultanze difensive che ne contestano l’identificazione, argomento sul quale, in parte sembra a un certo punto essersi spostata la vicenda, almeno a livello mediatico. 

Le intercettazioni rivelano che si tratta di «un soggetto eritreo, particolarmente attivo nelle attività inerenti al traffico di migranti, conversazioni inequivocabili in cui si apprende anche il ruolo delle cosiddette safe house e l’utilizzo dei telefoni di servizio». Sono due le utenze su cui si concentrano le investigazioni, una libica, sulla quale vengono intercettate oltre 18mila conversazione nel 2014, e una sudanese. In alcune intercettazioni si fa riferimento anche «all'utilizzo di documenti d‘identità diversi, voleva lasciare l’attività criminale per contrasti con altri complici e dichiarava di volersi recare altrove, in Svezia, negli Emirati Arabi o a Dubai». C’è anche l’indagine della guardia costiera per il naufragio del 28 giugno 2014. Un'indagine che, però, secondo il pubblico ministero presenterebbe alcuni problemi, tanto da viziare il quadro complessivo, perché svolta da soggetti non competenti e che non comunicarono mosse e risultanze alla procura di Palermo, che da tempo aveva inviato delle indagini sul traffico di migranti. Il magistrato contesta soprattutto un colloquio investigativo avvenuto in carcere a Roma con Seifu Haile, il cassiere del Generale, non solo senza la presenza di altri organi competenti ma senza considerare che l'uomo ad oggi non è riconosciuto come un collaboratore di giustizia.

Un colloquio durante al quale sarebbe stata mostrata al detenuto una foto attribuita, durante la fase iniziale delle indagini, proprio al trafficante Mered, in cui si vede un uomo all'inpiedi accanto a un'automobile, con indosso una maglietta blu e un crocifisso in bella mostra. «Una foto che la mobile aveva escluso già nel 2015. Nessuno tra i migranti, fino a quell'anno, riconosce quella foto - spiega il pm -. Il vero collaboratore riconosciuto, Atta Weabrebri Nuredin, la vede quella foto e per cinque volte dice che quel soggetto lo conosce, lo ha incontrato a Catania poco prima di venire arresto, quindi prima del 2014, stava al Cara di Mineo, e quando parla con lui e gli dice di volersi occupare anche lui di traffico di migranti, questo risponde di chiamarsi Abdega Asghedom, era appena arrivato e voleva spostare l’attività in Europa, aveva i suoi contatti; ma la cosa non andò a buon fine». Circostanze, secondo l'accusa, che rivelerebbero «non solo l’incompetenza di alcuni funzionari ma anche un tentativo di boicottare le indagini condotte contestualmente dalla squadra mobile e dal servizio centrale». E spiega di come l'individuazione del trafficante sia avvenuta in seguito a una collaborazione a livello internazionale, che vede coinvolta anche l'Nca inglese, e che porta a collegare fra loro le utenze sotto controllo con un profilo social attribuito al trafficante.

«Si voleva fare credere che dietro al suo arresto ci fosse una volontà dei servizi segreti sudanesi che, nella versione dell’imputato lo avrebbero picchiato, tenuto in catene e interrogato senza avvocato ma che paradossalmente hanno poi consegnato a noi un report in cui riportano quello che il detenuto ha sempre detto sin dall’inizio, cioè di non avere mai avuto a che fare col traffico di migranti. Ma che servizi segreti sono?», domanda retorico il pubblico ministero. Tocca poi anche gli aspetti più tecnici che hanno contraddistinto l'indagine prima e il processo poi, dall'analisi della voce e le perizie foniche effettuate dagli esperti, alla testimonianza di una delle interpreti che avevano collaborato alle indagini, la consulente della Procura Abraha Yodit, «sicura di aver ascoltato la stessa voce», quella del trafficante. Lei stessa aveva testimoniato il 29 maggio 2017 a processo: «Nel 2016 mi sono state sottoposte altre tre telefonate e mi è stato chiesto se riconoscevo la voce con quella ascoltata nel 2014 e secondo me c’era similarità, potevano essere la stessa voce», spiegava due anni fa alla corte. Ma alla domanda dell’avvocato della difesa Michele Calantropo su come siano state riconosciute e comparate le voci, la risposta era stata: «A orecchio». «Le telefonate erano infinite e le persone tante, ma dopo un anno a sentire la stessa voce ho riconosciuto la familiarità con quella ascoltata nel 2016», aveva detto l'interprete.

E ancora i documenti rinvenuti in Sudan, dopo l'arresto, i ritrovamenti nel cellulare sequestrato, nel quale fra le altre cose, ad esempio i cinque diversi profili social scoperti, c'è anche «un numero di telefono sudanese riscontrato già nel 2014 per 78 contatti, con quattro lunghissime conversazioni sicuramente attinenti al traffico di esseri umani con un soggetto di nome Solomon, che l’imputato nega di conoscere. Anche dopo l’arresto dell’imputato - dice ancora il pm - continuavano gli accessi nei suoi profili social, questo proverebbe l’esistenza di una rete di complici che nel frattempo continuavano l’attività criminale». Fino ad alcuni testimoni citati dalla difesa, che per l'accusa non avrebbero reso deposizioni tali da confermare lo scambio di persona né soprattutto l'estraneità dell'imputato rispetto a quanto gli viene attribuito. E parla infatti di «Inverosimiglianza e incompatibilità delle dichiarazioni rese dai testimoni». Ne cita molti, ma quello che lo fa agitare di più, durante la sua disamina, è il nome dell'attivista dei diritti umani Meron Estefanos, la cui testimonianza avrebbe solo dimostrato da parte sua di «vendere informazioni non si sa bene a chi, pagata non si sa da quale agenzia, per venire qui a farci lezioni su come condurre le indagini, che continua a fare disinformazione sui suoi blog e altro». 

«Oggi il traffico di merce umana, il traffico di migranti dal punto di vista economico è una delle attività criminali più redditizie, da un lato per il volume di questa attività (i numeri sono estremamente elevati) dall’altro per il fatto che il migrante, in ogni momento e fase di questo trasporto paga prima per il trasporto via terra (circa duemila dollari) a cui si possono aggiungere ulteriori somme in caso di sequestro (tre-quattromila euro) versate per il riscatto, e poi in un secondo momento per il trasporto via mare, fino alla terza fase del viaggio, quella in cui, una volta sbarcato in Italia, deve spostarsi altrove, magari per raggiungere amici o familiari partiti precedentemente. Il migrante - chiarisce il pubblico ministero -, pur essendo quello che chiede un servizio, deve comunque essere considerato una vittima del reato, su questo non ci sono dubbi». Le indagini, che hanno portato successivamente alla celebrazione di questo processo, hanno permesso di individuare tre principali capi dell'organizzazione criminale individuata. due che operavano in Africa, Ermias e Medhanie, e uno in Italia, Asghedom.

Nel gruppo «i ruoli erano ben definiti, una catena di comando e degli esecutori, reiterazione di condotte mai occasionali, assenza di fonti di reddito diverso degli imputati che movimentano somme rilevanti, le transazioni finanziarie ricostruite ma solo in parte. Totale disinteresse di questo gruppo criminale sul destino della merce, soprattutto perché se nella peggiore delle ipotesi dovessero morire hanno comunque già pagato anticipatamente per quel viaggio a bordo di uno scafo di poco valore, quello che ci perdono i trafficanti è solo un guadagno futuro», precisa ancora il magistrato, dopo circa sei ore di requisitoria. 

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