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Savino, l'editor della Bao cerca storie a Palermo 
«Il fumetto vive uno dei suoi momenti migliori»

Classe 1986, è un personaggio di spicco dell'arte sequenziale in Italia e della sua dimensione editoriale. Alcune settimane fa è stato a Palermo per supervisionare i prodotti editoriali dei ragazzi della Scuola del Fumetto

Francesco Lodato

Qualche settimana fa è stato a Palermo per supervisionare i prodotti editoriali dei ragazzi al terzo anno della Scuola del Fumetto. Abbiamo incontrato Francesco Savino, personaggio di spicco del fumetto italiano e della sua dimensione editoriale.

Partiamo con una domanda di rito su di te: autore ed editor classe?

«Classe 1986. Lo stesso anno in cui hanno visto la luce Il ritorno del cavaliere oscuro, Watchmen e Dylan Dog. Mi sono convinto che non può essere un caso».

A quanti anni sei entrato nel mondo del fumetto, prima come autore e poi come Editor?

«Il mio esordio ufficiale è avvenuto proprio nel 2009, l’anno in cui mi sono trasferito a Milano. Non so se per una strana coincidenza o se il mio inconscio avesse già deciso per me, ma la storia era ambientata proprio a Milano. Io e Adriana Coppe (co-sceneggiatrice della storia) pubblicammo I semi del male,un episodio della serie Nemrod creata da Fabio Celoni e Andrea Aromatico e pubblicata da Star Comics. In realtà bazzicavo il mondo del fumetto già da un po’, soprattutto il mondo delle fiere (ancora ricordo perfettamente la mia prima Lucca Comics) e dei forum online che in quegli anni spopolavano».

Il mondo dell’arte sequenziale è un mercato lavorativo in espansione, un terreno su cui investire risorse al pari del Food, dell’abbigliamento o di altre eccellenze italiane, cosa pensa oggi chi vive dentro questo mercato? È vero, come dicono alcuni, si tratti di una bolla al collasso oppure ci sono ancora possibilità di espansione nel nostro paese?

«Io credo che il fumetto stia vivendo uno dei suoi periodi migliori, con storie sempre più forti da un lato e il pubblico sempre più interessato dall’altro. È come se finalmente ci si fosse accorti che il fumetto è un medium per raccontare belle storie, e non un’arte minore come è stata ritenuta per tanti anni. E ora che i lettori sono aumentati, ora che l’attenzione verso il fumetto è aumentata, le possibilità di espansione crescono. Ci sono ancora tanti lettori che non hanno idea di cosa sia un fumetto ma che, sempre più incuriositi, si muovono tra gli scaffali per capire se tra quei volumi si nasconde la storia che li farà innamorare».

Hai lavorato e lavori con grandi case editrici, come sei arrivato ad incontrare/conoscere queste realtà?

«Non appena ho capito che volevo far sul serio per entrare nel mondo del fumetto, ho cercato di muovermi e di esplorare quel terreno ancora sconosciuto in tutti i modi possibili. Ho frequentato i corsi di sceneggiatura delle scuole delle mie zone, mi sono iscritto a un forum legato a un fumetto che stava per uscire in quel periodo grazie al quale ho conosciuto tantissimi amici: aspiranti autori e addetti al settore che mi hanno aperto un mondo. È grazie a loro se ho visitato la mia prima Lucca Comics & Games e se ho avuto la possibilità di stabilire i primi contatti con gli editor delle Case editrici per cui poi ho pubblicato».

Il tuo lavoro su Vivi e Vegeta, come nasce? Da quali basi sei partito per costruire il tuo lavoro?

«Vivi e Vegeta è stato frutto di una bellissima follia a due (anche se non eravamo soli, ma circondati da tanti e diversi complici) mia e di Stefano Simeone. Volevamo creare un prodotto originale e volevamo divertirci il più possibile. Per farlo abbiamo scelto il web, terreno fertile per il folle mondo che stavamo costruendo. Eravamo liberi, potenzialmente senza paletti, tranne quelli che ci siamo imposti da soli: una scadenza regolare per l’uscita dei capitoli, un numero di tavole prefissato, uno staff di professionisti per copertine, lettering e aiuto al colore. Insomma, un prodotto professionale al 100%. Io e Stefano siamo stati premiati, perché dopo qualche anno, oltre al Premio Micheluzzi come Miglior Webcomic, è arrivata la pubblicazione per BAO Publishing. Il secondo volume diVivi e Vegeta,Odio di Palma, è uscito da qualche mese sempre per BAO e conclude la serie».

Oggi ha senso per i giovani autori puntare sul mondo del fumetto cartaceo? Oppure conviene loro puntare prima a farsi conoscere sul web?

«Non credo che ci sia una risposta univoca, tutto dipende dal proprio percorso e dalle proprie preferenze. Tanti ragazzi debuttano sul web, tanti si cimentano con le auto produzioni, altri ancora fanno il grande salto ed esordiscono per una Casa editrice. Qualsiasi scelta è legittima, se ragionata e non presa per il solo obiettivo di vincere una sorta di gara inesistente verso la pubblicazione.Riflettere su come muoversi e su che percorso dare alla propria carriera prima ancora di tuffarsi alla cieca è l’unica decisione che conta, perché tutto questo si rifletterà inevitabilmente sulla propria arte e sul modo in cui la propria arte arriverà al pubblico».

Tu scrivi un webcomic disegnato da un autore palermitano, come siete arrivati a collaborare e quanto incide la distanza geografica nel vostro lavoro? Ha importanza, nel mondo del fumetto, la provenienza geografica di un autore?

«Con Giulio Rincione mi sono trovato benissimo da subito. Mi piacevano i suoi disegni e, soprattutto, mi piaceva il suo modo di far filtrare la propria persona attraverso la propria arte. Ritornando a quanto detto su, credo che Giulio sia un ottimo esempio di artista a tutto tondo, le cui scelte sono sempre ponderate e attente. Ecco perché avevo deciso di proporgli Il cuore della città ancora prima di conoscerlo. Quando ci siamo visti per la prima volta, ho solo avuto conferma che quel modo di sentire che pensavo fosse comune era davvero tale. Ed ecco perché non potevo che affidare una storia così delicata ad altri se non a lui: la sua sensibilità e il suo scavare oltre la superficie lo hanno reso perfetto per quello che volevo raccontare. Non c’era nessuna distanza geografica da colmare, ogni telefonata e ogni conversazione si muovevano nella giusta direzione, data da un obiettivo comune e da un modo di sentire molto simile».

Parliamo del tuo lavoro per Bao, come sei arrivato ad essere editor?

«Sono davvero grato a BAO Publishing per l’occasione che mi ha concesso. All’epoca ero appena uscito dalla Scuola del Fumetto di Milano e non avevo realmente idea di cosa significasse entrare nel mondo del fumetto. Caterina Marietti e Michele Foschini hanno scommesso su di me, permettendomi di crescere e di migliorare. Credo che abbiano visto in me cose che io non avevo ancora visto.Io, dal canto mio, ho dato il massimo per ripagare la loro fiducia: ho cominciato come correttore di bozze, per poi passare alle traduzioni dal francese e infine alla mansione di editor, in un processo tanto naturale quanto stimolante. Durante i miei primi anni in BAO avevo iniziato a seguire in maniera autonoma dei corsi di scrittura di libri per ragazzi, altro argomento che mi interessa molto. Qualche anno dopo, i due editori hanno deciso rilanciare la collana per i più piccoli della Casa editrice, BaBAO, e a quel punto, visto le competenze che avevo accumulato, hanno deciso di affidarla a me. Gliene sono molto grato».

Puoi aiutarci a spiegare ai nostri lettori cos’è un editor?

«Per come lo immagino io, l’editor è un ponte, una sorta di collegamento tra la visione dell’autore e quella dell’editore. Un bravo editor non dovrebbe mai stravolgere l’idea di partenza né il modo in cui un autore vuole raccontare la propria storia, ma deve accompagnarlo nel migliore dei modi perché la sua visionesia quanto più vicina all’idea di partenza e, allo stesso modo,a quelle che sono le necessità editoriali di una Casa editrice. Questo movimento oscillatorio, nella maggior parte dei casi, porta a un flusso di scambi e di idee al servizio della storia».

La Bao è una delle principali case editrici nazionali, definita da molti un fenomeno di costume e cultura, cosa vuol dire per te lavorare in un simile contesto?

«Ho imparato tantissimo, da quando lavoro per BAO Publishing.Fin dall’inizio i due editori avevano come obiettivo quello di far arrivare il fumetto a chi non leggeva fumetti. Tutti gli sforzi sono stati condotti in questo senso, ed è stato incredibile poter assistere dall’interno al cambiamento che il loro lavoro ha portato in tutto il mercato. In BAO ogni aspetto è curato al massimo: dal rapporto con gli autori a quello con i lettori, passando da promotori, distributori, mass media e partner. Una vera e propria macchina in cui non si smette mai di imparare e in cui ci si sente stimolati a dare sempre di più. Ecco, per me fare parte di una simile realtà vuol dire non adagiarmi mai sugli allori ma continuare a migliorare per poter fare la differenza».

Domanda di rito: in un paese che non legge, ha senso investire ancora in cultura?

«È una scommessa e al tempo stesso un rischio, ma sì, ne vale assolutamente la pena. Perché il livello di difficoltà per raggiungere nuovi lettori è direttamente proporzionale alla soddisfazione ricevuta nel momento si riesce a conquistarli e a far sì che tornino per poter scoprire nuove storie. In quel momento, quando si riesce a superare la prima barriera di difesa, si apre un mondo di possibilità: ecco perché la sfida spetta anche al fumetto, nel raccontare tipi di storie sempre più importanti e che si avvicino ai gusti di tutti i lettori».

Sappiamo che sei stato a Palermo per incontrare i ragazzi della Scuola del Fumetto di Palermo per aiutarli con i loro progetti editoriali, che livello di preparazione hai trovato?

«Con Salvo e Antonino (e tutto il resto dello staff) della Scuola del Fumetto di Palermo si è creato uno splendido rapporto fin da subito. Li ho conosciuti ormai un paio di anni fa e sono rimasto piacevolmente sorpreso dal loro approccio genuino e altamente professionale verso l’insegnamento del fumetto. L’approccio della Scuola del Fumetto di Palermo fa sì che i ragazzi abbiano costantemente la possibilità di entrare a contatto con professionisti del settore,e questo è un aspetto fondamentale per capire come funziona davvero questo mondo. E i risultati si vedono: per la prima volta, quest’anno ho potuto valutare i progetti editoriali già dalle fasi del soggetto e della sceneggiatura, per poter accompagnare gli studenti al meglio verso quello che sarà il progetto finito: la qualità delle storie è molto alta e, se i ragazzi continueranno così anche una volta usciti dalla Scuola,credo proprio che per la maggior parte di loro il percorso sarà tutto in discesa!».

Cosa pensi delle scuole di fumetto? Quanto incidono sul mercato dell’arte sequenziale?

«Penso che siano un ottimo modo per entrare nel mondo del fumetto, sia mostrando quali sono davvero le tempistiche e le necessità della realizzazione di un fumetto sia mettendo in contatto i ragazzi con i professionisti del settore. In questo senso, credo che l’approccio delle scuole debba essere costantemente orientato verso l’aspetto pratico del mercato: cosa si aspetta il mercato da un artista?Talento artistico e professionalità sono due facce della stessa medaglia? Quanto è importante rispettare una consegna? Quanto è importante porsi nel migliore dei modi verso una Casa editrice? Tutte domande che dovrebbero trovare una risposta se si vuole dare un’immagine veritiera e attuale del mercato».

Molti giovani oggi vogliono lavorare in questo ambito, vista la tua esperienza, come consigli di loro di approcciarsi al lavoro professionale?

«Una cosa che mi preme dire sempre nel momento in cui valuto i progetti dei ragazzi nelle scuole è che, quando ci si propone a una Casa editrice, l’autore sta parlando per il proprio lavoro tanto quanto il lavoro stesso. Non basta presentare un progetto realizzato benissimo,bisogna anche dimostrarsi professionali. La professionalità ha lo stesso peso del talento artistico, perché sapersi porre nei confronti della Casa editrice (prima) e del pubblico (dopo)è importante tanto quanto raccontare belle storie e conoscere il linguaggio del fumetto. Perciò il mio consiglio è di lavorare tanto, tutti i giorni, senza mai sottovalutare il lato umano di questo lavoro».

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