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Quei magistrati indagati per il depistaggio di via d'Amelio
«Felice che manchi Di Matteo, era il più giovane del pool»

Salvatore Borsellino non è sorpreso dalla decisione della procura di Messina. «Mi aspettavo questa notizia, anche se il maggior responsabile (l'ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra) è davanti alla giustizia divina. Spero che al Csm si siano più apostoli che giuda»

Silvia Buffa

«La mia fiducia nella magistratura? Dipende dai magistrati». C'è poco da lasciarsi ispirare secondo Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nella strage di via d'Amelio insieme a cinque agenti della sua scorta. Specie se nelle vesti di magistrato finisci indagato con l'accusa di concorso in calunnia aggravata dall'aver agevolato gli interessi di Cosa nostra. L'accusa è rivolta a due ex pm del pool che investigò sull'attentato del 19 luglio '92, Carmelo Petralia (oggi alla procura di Catania) e Annamaria Palma (avvocato generale a Palermo). La procura di Messina, infatti, li ha iscritti nel registro degli indagati, per chiarire se abbiano avuto un ruolo in quello che è stato definito «il più grande depistaggio della storia italiana». Due nomi, i loro, che si aggiungono a quelli dei tre poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino guidato da Arnaldo La Barbera, sotto processo a Caltanissetta. Si tratta di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, che devono rispondere della stessa accusa, quella di aver avuto un ruolo nella creazione del finto pentito Vincenzo Scarantino e nell'orchestrazione del depistaggio.

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