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Almaviva, spettro esuberi per 1200 lavoratori
Slc Cgil: «Scongiurare una catastrofe sociale»

Ad accendere la miccia, la notizia di apertura delle procedure di accesso al Fondo integrazione salariale - alla vigilia della scadenza di un accordo di ammortizzatori sociali -, con percentuali di assenza fino al 60 per cento «unilateralmente stabilite» denunciano Rosso e Fiduccia

Antonio Mercurio

Foto di: qesrl.com

Foto di: qesrl.com

È di nuovo emergenza per i dipendenti Almaviva. Oggi, infatti, è stato aperto ufficialmente lo stato di agitazione del sito di Palermo. I nuovi tagli ai carichi di lavoro annunciati dall’azienda, per i sindacati metterebbero a rischio circa 1200 posti su un totale di poco meno di tremila (2700). Numeri che pesano sul centro palermitano già penalizzato da decisive riduzioni del personale negli anni passati. Ad accendere la miccia, la notizia di apertura delle procedure di accesso al Fondo integrazione salariale - proprio alla vigilia della scadenza di un accordo di ammortizzatori sociali - con percentuali di assenza fino al 60 per cento «unilateralmente stabilite e differenziate per commesse» lamentano le organizzazioni dei lavoratori. 

Più nel dettaglio, «i volumi di lavoro di WindTre e Tim che subiscono già da mesi una forte contrazione, saranno soggetti a una riduzione ancopra più drastica nei mesi a venire con oltre il 70 per cento di riduzione - denunciano Maurizio Rosso, il segretario generale Slc Cgil, e Massimiliano Fiduccia, della segreteria provinciale - e per di più con tariffe molto distanti da quelle stabilite dal decreto ministeriale n.123/2017 nonché dal recente accordo nazionale fra Asstel e Organizzazioni Sindacali». A ciò si aggiunge la totale incertezza sul futuro dei lavoratori impiegati sulla commessa Alitalia in scadenza al 30 giugno.

«Appare evidente che gli effetti di queste determinazioni mettono a rischio la tenuta occupazionale del sito di Palermo - ribadiscono Rosso e Fiduccia - Con queste percentuali  a lungo andare si rischia la chiusura del centro con una percentuale di ammortizzatori sociali che sembrerebbe il preludio di una drastica ristrutturazione del sito: circa il 45 per cento di esuberi sul sito quantificati, ovvero oltre 1200 lavoratori». Immediata la reazione dei sindacati che in maniera unitaria hanno inviato una lettera chiedendo un tavolo immediato al Mise per affrontare tre punti ritenuti essenziali per il rilancio del settore dei call center in Italia: l’applicazione corretta delle tariffe individuate dal ministero, il rientro del traffico delocalizzato all’estero, e un fondo strutturale per il settore ormai in profonda crisi.

«Ora più che mai, occorre un intervento istituzionale a tutti i livelli - proseguono - sia nella direzione di rendere concreti gli interventi strutturali che il settore necessita, indispensabili per non fare morire un comparto già al collasso, sia nella tutela immediata di posti di lavoro che Palermo, la Sicilia e tutto il Mezzogiorno non possono permettersi di perdere. Le attese nei confronti di questo governo che punta l’attenzione sulla tutela del reddito e sulla tutela del lavoro del paese, devono trovare la loro concretizzazione nell’immediato, proprio nel Sud Italia, dove è stato raccolto un largo consenso e che è il “core business” di questo settore che conta 80 mila addetti sul tutto il territorio Nazionale e quasi 20 mila dei quali in Sicilia. Si richiede quindi un intervento immediato del governo  concludono -  per scongiurare una catastrofe sociale che coinvolge più di tremila famiglie e che se non affrontata subito, diventerà irreversibile». 

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