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Strage di Capaci, perché Falcone doveva saltare in aria
«Era un fatto di morale, aveva creato una sfida con noi»

Giovanni Brusca, l’uomo di Riina che alle 17.58 del 23 maggio ’92 schiaccia il telecomando che uccide il giudice, sua moglie e gli uomini della scorta, c’aveva provato più volte. In via Notarbartolo, in un sottopassaggio pedonale, e ancora prima all’Addaura

Silvia Buffa

«L'obiettivo principale era Falcone, ormai era diventato un ostacolo in tutti i sensi, politico, mediatico, sotto ogni punto di vista». Lo raccontava solo pochi mesi Giovanni Brusca, il fedelissimo di Totò Riina che quel 23 maggio ‘92 ha premuto il tasto del telecomando che ha fatto saltare in aria un tratto dell’A29, allo svincolo per Capaci. «Ho vissuto sin dal 1980 la fase preparatoria della strage. La volontà di ucciderlo nasce subito dopo l'omicidio di Chinnici - significa già dal luglio dell’83 -, perché era suo erede». Così lui e altri boss si mettono a studiare le abitudini del giudice, lo seguono e lo osservano per circa sei mesi per capire quando sarebbe stato il momento giusto per colpirlo. «Sono stati fatti tanti tentativi, andati tutti a vuoto». Tutti, tranne uno purtroppo. Il disegno per eliminare Giovanni Falcone nasce, insomma, da lontano, molto prima di quel tragico giorno di 27 anni fa. «Solo che nel frattempo si erano messe in mezzo altre valutazioni, altre esigenze».

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