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Scarantino e le torture nel carcere di Pianosa
«Lì mi hanno tolto pure l’aria che respiravo»

È lì, dove rimane detenuto dal settembre ’93 fino al luglio ’94, che il finto pentito della strage di via d'Amelio matura la decisione della collaborazione, arrendendosi alle pressioni psicologiche dei poliziotti. «Mi dicevano che dovevo diventare il secondo Buscetta»

Silvia Buffa

È una sezione grande con un lungo corridoio che divide una trentina di celle quella che a settembre del 1993 accoglie Vincenzo Scarantino. Quel posto, dove resterà fino al luglio dell’anno dopo maturando la decisione della collaborazione, è il carcere di Pianosa. «Lì mi hanno tolto pure l’aria che respiravo», dice subito, appena il pm Luciani apre questo capitolo. Sono quasi le tredici e il finto pentito sta già parlando senza sosta da circa tre ore, in un’udienza interamente dedicata a lui del processo per calunnia aggravata a carico di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, ex uomini del gruppo Falcone-Borsellino capeggiato da Arnaldo La Barbera. Questi dieci mesi di detenzione, che saranno per lui i più duri, sono spezzati in realtà da due mesi trascorsi a Termini Imerese. Dove, ne è sicuro, non è mai avvenuto nessun colloquio investigativo, malgrado ne risulti ufficialmente uno. Quelli «li ha fatti tutti quanti a Pianosa, con La Barbera e Bo». Ne conta, a memoria, circa quattro-cinque con ciascuno. «Io sfogavo la mia innocenza - racconta -. Fino a quando non ho chiesto di collaborare, là era diventata una cosa insopportabile, non ce la facevo».

È la sua e sua soltanto, quindi, questa decisione. Ma cosa lo spinge al punto di confessare cose di fatto mai commesse? È a questi interrogativi del magistrato che si apre un racconto dell’orrore. «Ai mi facevano spogliare nudo e… - si ferma per qualche secondo, rimanendo in silenzio - c’era quella paletta per controllare se c’è ferro o meno e mi davano dei colpi con quella nelle parti intime, mi dicevano di guardare a terra e mi davano schiaffi in bocca appena lo facevo, e calci con gli anfibi anche, erano tutti in mimetica, sembrava di essere nel carcere di Fuga di mezzanotte. E tutte le zozzerie col mangiare, pisciavano nella minestra, mettevano le mosche nella pasta e anche i vermi quelli che si usano per pescare. I primi giorni non me ne accorgevo perché mangiavo con la luce spenta in cella. Quando ho iniziato ad accendere la luce ho visto cosa mi mandavano. Così ho iniziato a non mangiare più. Quando mi hanno arrestato pesavo 110 chili, ma ho raggiunto i 57».

E poi c’erano delle voci in giro, che si rincorrevano tra le guardie della prigione. «Dicevano che avevo l’Aids - racconta ancora Scarantino -. Io stavo in una cella in cui non c’era niente, sono stato sei mesi con la stessa tuta, avevo sempre le stesse mutande e le stesse calze, non cambiavano mai le lenzuola. Oggi posso dire che tutto questo era per farmi terrorismo psicologico. Un giorno ho provato a far prendere un po’ di aria alle lenzuola e una guardia ha iniziato a gridare che mi stavo impiccando. Tante umiliazioni, quante cose schifose mi hanno fatto». Eppure racconta di essersi sentito diverso a Pianosa, «forte, un leone, non me ne fregava niente». Ma gli orrori sono solo all’inizio e alla fine riescono a piegarlo. «Mi addormentavo tra le nove e le dieci e verso mezzanotte-l’una iniziavano a fare casino per farmi svegliare e io poi non riuscivo più a dormire. Quando provavo a mettermi a letto di mattina venivano a farmi la perquisizione - continua -. Poi senza motivo passavano dalla cella e mi buttavano dentro l’acqua, specie di notte quando dormivo…incoscientemente pensavo di essermi fatto la pipì addosso, solo che le mutande erano sempre asciutte. Io ero un ragazzo rispettoso, tranquillo, stavo sempre muto, non avevano motivo di fare così».

Pensa, si arrovella nel chiuso di quel carcere. In quella desolazione gli tornano in mente anche le frasi di Andriotta e di tutti quelli che lo avevano avvicinato a Busto Arsizio. «A Pianosa i poliziotti avevano carta bianca, potevano farmi quello che volevano e nessuno poteva mettere bocca se no erano mafiosi», sarebbe stata secondo lui l’accusa ritorta contro chi avesse provato a prendere le sue difese. Sono queste le condizioni che portano Scarantino alla decisione di collaborare. «Io chiedevo sempre di parlare coi magistrati, ma spuntavano sempre il dottor La Barbera e il dottor Bo. Non è che io volevo fare l’omertoso, io non ero un mafioso, io certe volte gli dicevo “sono sfortunato che non ho partecipato alla strage”, per dimostrare che io non sapevo niente, che davvero non avevo nulla da dire». La Barbera gli avrebbe anche iniziato a chiedere di alcuni omicidi, ma anche lì Scarantino non è molto d’aiuto, «li conoscevo, magari riguardavano la mia borgata, ma non ero stato io». «Io gli dicevo che volevo collaborare però con le cose giuste, cioè per quello che sapevo, io non dovevo stare brutto con la mia coscienza. Sono diventato una persona fragile, come la carta che vola nel vento. Ma lui, La Barbera, non ne voleva saperne niente. Se non collaboravo per la strage sarei morto».

Malgrado tenti di dire qualcosa, i maltrattamenti si sarebbero appesantiti ancora di più. «A me delle botte non me ne fregava niente, è da quando sono piccolo che le prendo, dicevano che avevo i carni addumisciuti. Era più il terrorismo psicologico e le cose schifose che facevano col mangiare - spiega oggi -,tutte queste cose, che si aggiungevano alle cose dette dagli spioni di Busto Arsizio, hanno reso tutto insopportabile. Ma decideva tutto La Barbera, anche come ammazzare qualcuno, aveva tutto questo potere. E mi perseguitava. Io insisto che non ne so nulla della strage. Fino a quando decido di accollarmi il fatto della macchina e ammetto quello che mi viene contestato». Sarebbe in questo momento che inizia la costruzione a tavolino di questo pentimento fittizio. «Per come dicevo una cosa, La Barbera mi consigliava di prendere delle cose che io sapevo, cioè di trasformare cose vere in falsità, così le avrei ricordate meglio - racconta -. Come il fatto che mi portavano le sigarette con l’autoambulanza e una macchina di scorta dietro se c’erano i finanzieri, e nel pentimento le sigarette sono diventate l’esplosivo. E il fatto della Suzuki di Giuseppe Urso, che aveva anche mio fratello, l’ho presa da là, “così non ti sbagli, sarai più chiaro” mi dicevano così La Barbera e Bo, dovevo dire le cose che mi venivano più facili, cose accadute davvero che avrei potuto ricordare meglio».

Anche Mario Bo, quindi, avrebbe avuto piena contezza di queste induzioni, a sentire Scarantino, «lui e La Barbera erano culo e camicia…piangevo con lui, gli dicevo che non c’entravo niente». Ma quelle lacrime non lo tireranno mai fuori da quella situazione. Ma in che modo sarebbero saltati fuori i nomi poi tirati in ballo? «Mi hanno mostrato un album fotografico, i nomi erano scritti sotto, La Barbera mi indicava qualcuno e mi diceva “Questo c’era?”, se magari dicevo no lui mi rispondeva “Sicuro? Dalle indagini risulta che c’era”, allora io aggiustavo il tiro. Se tra quelle foto ci fosse stata da accusare anche mia madre, lo avrei fatto - dice oggi -. Io potevo dire quello che volevo. Ho fatto così tanti nomi che alcuni sono stati tolti. Sono passati 27 anni, certe cose le ricordo ancora, ma altri dettagli no. Essendo poi che sono bugie, non posso ricordare perfettamente». E i dettagli sull’esplosivo? «Avevo letto in un articolo che era stato Cosimo Vernengo a procurarlo, e quindi così ho riferito». Mentre i nomi di Aglieri, Tagliavia e Tinnirello gli sarebbero stati suggeriti dallo stesso La Barbera. Scarantino, però, della carrozzeria Orofino non sa proprio nulla, «non sapevo dove fosse, non conoscevo questo Orofino e non sapevo nemmeno se effettivamente tutto questo esistesse. L’idea di sceglierlo come luogo dove fu confezionata la bomba non fu mia. Il giorno del sopralluogo in via Messina Marine a me quella carrozzeria la indicano i poliziotti». Si rende conto che tutto questo è strano, non normale. Tuttavia l'idea di raccontarlo ai magistrati non lo sfiora neanche: «A chi avrebbero mai potuto credere, a me o al dottor La Barbera?».

«Mi dicevano che io dovevo diventare il secondo Buscetta, che ero una specie di Buscetta junior - racconta ancora -. Io ero solo un ragazzo che rubava e vendeva sigarette, non è che facevo altro, non avrei potuto prendere nemmeno un capello di Buscetta. Eppure loro mi facevano leggere il suo libro, io non è che non so leggere..è che mi annoiava proprio». Intanto, per ricordare il copione Scarantino prende appunti, studia, si prepara: «Quelli che mi facevano studiare di più erano Mattei e Ribaudo, mi leggevano anche dei pizzini», qualcuno gli viene anche mostrato. Molti sono documenti con aggiunte di nomi a margine, «sembra la scrittura di Mattei, mia non è, la mia è più brutta». Fino alla data fatidica, quella del 24 giugno, l’inizio della sua collaborazione: «Mi avevano suggerito di andare in bagno quando avevo difficoltà nel ricordare qualcosa mentre parlavo coi magistrati, così potevo ripassare gli appunti, e poi tornare a riferire - dice -. La Barbera, Bo, Ribaudo, Mattei, erano in tanti a suggerirmi queste cose, quando andavo in confusione, era un passaparola». Tutte persone del gruppo Falcone-Borsellino, gli stessi che lo piantonavano da mattina a sera persino a Pianosa, dove Scarantino non rimaneva mai solo: «La Barbera non voleva che io andassi nelle mani di altre forze dell’ordine, penso perché avevo detto più volte che io ero innocente e non voleva che questa cosa la sentissero anche altri». 

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