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Via d’Amelio e il ritorno in tribunale di Scarantino
«Ero a rischio, ma mi facevano dormire coi mafiosi»

«Io ero colpevole di essere innocente». Lo ripete da sempre il finto pentito della strage del 19 luglio ’92, ascoltato questa mattina al processo a carico degli ex poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino Bo, Mattei e Ribaudo. «La mia colpa fu non essere rimasto muto»

Silvia Buffa

«Voglio rispondere». Sono queste le primissime battute pronunciate da Vincenzo Scarantino, a pochi minuti dal suo ingresso nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta. «Sono stato arrestato il 26 settembre 1992, assieme a mio cognato Salvatore Profeta, solo che lui alla mezzanotte lo hanno messo fuori mentre a me mi hanno trattenuto in questura». L’imputazione è per strage, ad accusarlo sono Salvatore Candura e LucianoValenti, creduti da Arnaldo La Barbera, Ricciardi e Mario Bo. Il suo racconto parte da lontano, dal giorno dell’arresto, per aprire poi delle parentesi anche alla sua vita precedente alla strage di via d’Amelio. Racconta con quella voce oggi roca, che lo fa sembrare quasi più anziano dei suoi 55 anni, mentre in silenzio lo ascoltano da una parte Fiammetta Borsellino, dall’altra Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di aver avuto un ruolo nella creazione di quel finto pentito che oggi parla dietro a un separè bianco. È il 15 settembre del 1998 quando arriva la sua ritrattazione ufficiale, a Como, durante il Borsellino uno. «Fino a prima di ritrattare io ero una persona libera. Poi mi hanno chiuso in caserma, a me e alla mia famiglia».

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