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Appello Stato-mafia, continua la relazione del presidente
In scena tutti i passaggi salienti prima e dopo la trattativa

Il giudice Angelo Pellino, che presiede la seconda sezione della corte d'assise d'appello, ripercorre, nella sua lunga e non semplice riflessione introduttiva, tutti i punti della vicenda. Concentrandosi, oggi, sui rapporti tra Mori-De Donno-Ciancimino

Silvia Buffa

«Prendere tempo per non perdere quello spiraglio che si era aperto con Cosa nostra, lasciando in sospeso un eventuale dialogo». Riparte dai rapporti tra Mario Mori e Vito Ciancimino la relazione del presidente della seconda sezione della corte d'assise d'appello Angelo Pellino, nell'ambito del processo d'appello sulla trattativa fra Stato e mafia. Ancora sulla scia, quindi, della sintesi dei fatti oggetto del processo di primo grado e dei passaggi salienti della sentenza emessa ad aprile dell'anno scorso, che ha condannato tutti gli imputati tranne uno, l'onorevole Nicola Mancino, e prescrivendo la posizione di Giovanni Brusca. Mentre per Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, è stata decisa una condanna a 28 anni, la pena più alta; seguita da quella decisa per Antonio Cinà, Marcello Dell’Utri, Mario Mori e Antonio Subranni, condannati in primo grado a 12 anni, mentre Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino sono stati condannati a otto anni, quest’ultimo per la sola calunnia ai danni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Condannati anche a pagare altissimi risarcimenti alle parti civili e le spese processuali.

Si riparte quindi proprio da quella parola chiave, trattativa, che proprio all'inizio ricorre nei memoriale del generale Mori. Ma c'è spazio anche per qualche passo che va ancora più indietro nel tempo, fino a un incontro tra Mori e Borsellino del 25 giugno '92 in cui il magistrato avrebbe sondato il terreno per un'eventuale indagine sull'intreccio mafia-appalti, un colloquio in cui però quest'ultimo non sarebbe entrato troppo nel dettaglio col militare. Poi la strage di via d'Amelio, e ancora dopo la cattura di Riina nel '93 a pochi metri dal covo di via Bernini. «Emerge un tentativo di Mori di cambiare, successivamente, alcuni passaggi e date sui suoi incontri con Ciancimino», continua a leggere il presidente, in riferimento alle ricostruzioni dei fatti contenute nell'ultima sentenza. Un altro punto, poi, evidenziato dalla stessa e ripreso oggi è quella sorta di remora del generale nell'indicare quei contatti col termine di trattativa.

Che per il numero due del Ros, all'epoca, e per l'ex tenente colonnello De Donno si ricollegherebbe all'unico scopo da loro sempre perseguito durante il loro incarico, finalizzato alla cattura dei latitanti grazie al contributo di Vito Ciancimino, e alla mediazione di suo figlio Massimo. Una versione un po' diversa rispetto a quella riferita dallo stesso ex sindaco, condannato in via definitiva per associazione mafiosa, negli interrogatori avvenuti dopo le stragi del '92, contraddistinti da non poche contraddizioni. «Quello di Mori e De Donno con Ciancimino non poteva essere solo il tentativo di scoprire il covo di Riina, ma il tentativo di instaurare un dialogo con Cosa nostra - insiste il presidente -, c'era la necessità quindi di avere una copertura politica», come ha riferito l'ex ministro della giustizia Claudio Martelli a processo, a fronte delle eventuali richieste di Cosa nostra. Una copertura comunque non giustificata dall'intento di scoprire quel covo che, anche fosse vera la ricostruzione data dagli imputati, rientrerebbe nei normali compiti cui dovevano assolvere. Ecco perché, citando ancora la sentenza di primo grado, l'ipotesi di cercare un dialogo con la mafia prende corpo, sottintendendo «l'apertura di un canale coi vertici mafiosi.

Ricostruzioni, passi indietro, omissioni, documenti, c'è tutto questo nella relazione del presidente Pellino, una riflessione corposa e non semplice che si protrarrà per le primissime udienze dell'appello e che assolve il non facile compito di attraversare ogni passaggio, ogni fase dei fatti oggetto del processo, muovendosi attraverso un discreto arco di tempo e passando per i nomi di non pochi protagonisti. Tenendo inevitabilmente conto delle oltre cinquemila pagine della sentenza di primo grado e delle diverse versioni riportate nelle motivazioni che hanno portato alla decisione del 20 aprile 2018. Sembra ancora lontano, insomma, il momento in cui questo nuovo capitolo sulla trattativa fra Cosa nostra e le istituzioni potrà entrare nel vivo della discussione. 

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