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Passepartout, a spasso per le periferie con gli studenti
«Per far conoscere loro i quartieri che spesso ignorano»

Il progetto intende far riscoprire ai ragazzi e le ragazze di quattro istituti comprensivi i posti in cui studiano. Attraverso i racconti di chi in quei luoghi ci vive. «Il problema è che dall'alto arriva poco o niente e dal basso non ci si muove, tutto rimane fermo»

Andrea Turco

Camminare è il modo migliore per conoscere una città. La lentezza della passeggiata permette di percepire i dettagli che sfuggono in auto o sui mezzi pubblici, e la fatica fisica stimola a interiorizzare sensazioni magari non definite ma che comunque vengono sedimentate. Sono insomma tanti i motivi del successo del peditour, l'iniziativa per la promozione della cittadinanza attiva e per la cura degli spazi comuni organizzata in seno a PASSepartout, il progetto contro la dispersione scolastica e la povertà educativa sostenuto dall'impresa sociale Con i bambini che sta coinvolgendo la comunità educante e gli istituti comprensivi Mattarella–Bonagia, Antonino Caponnetto, Russo-Raciti e Ernesto Ascione dei quartieri Villagrazia-Falsomiele, Borgo Nuovo e Tommaso Natale

Si tratta di quartieri ai margini, che fanno parte delle mille periferie della città. E che spesso non sono conosciute e vissute neanche da coloro che ci abitano.  «Noi li chiamiamo peditour - spiega l'operatrice Ivana Felice - perché si tratta di passeggiate urbane per le vie dei quartieri. È un modo per stimolare i ragazzi e fare conoscere loro le realtà che spesso ignorano. I ragazzi vivono infatti a casa o a scuola: non stanno più in giro per le vie, non si riuniscono nelle varie piazze, il luogo di incontro diventa esclusivamente il centro commerciale, e ciò succede per i noti problemi di sicurezza e degrado delle periferie. Noi invece vogliamo far toccare loro con mano ciò che ogni giorno incrociano, senza viverlo appieno». 

Il progetto Passepartout costituisce un ampio partenariato, guidato dall’associazione capofila I.S.I. ONLUS e coinvolge enti del privato sociale, scuole ed enti pubblici per una durata di 30 mesi. Nato dalla necessità di intraprendere azioni in grado di intervenire sui diversi fattori responsabili della dispersione scolastica, dal mese di ottobre 2018 Passepartout ha previsto iniziative di coinvolgimento degli studenti che frequentano le scuole secondarie di primo e secondo grado, nonché tutta la comunità educante composta da scuole, famiglie, associazioni e organizzazioni non profit che in questi quartieri operano. Tra le tante iniziative messe in campo sono state proprio le passeggiate urbane a suscitare più interesse. «Gli studenti e le studentesse sono molto incuriositi e incuriosite - racconta ancora Ivana Felice - grazie anche alla formula della memoria che abbiamo pensato per loro, stimolata dal racconto degli abitanti del quartiere». 

Così per ciascuna periferia le narrazioni che sono venute fuori sono simili e diverse allo stesso tempo, perché simili e diversi sono i contesti e i protagonisti. «A Bonagia abbiamo incontrato gli anziani dell'Auser - dice l'operatrice - che lì hanno una sede molto grande e sono molto presenti. Hanno raccontato la nascita del quartiere, le prime case di edilizia popolare (che furono consegnate senza energia elettrica, senza fognature e senza strade), le prime iniziative dal basso, i comitati di quartiere che oggi non esistono più. Il problema è che dall'alto arriva poco o niente e dal basso non ci si muove, per cui tutto rimane fermo e lasciato all'abbandono. Lo abbiamo constatato ad esempio con la polisportiva, che doveva essere una grande struttura dotata di un campo di calcio, di un campo di bocce e di una pista di pattinaggio, ma che invece è totalmente abbandonata». 

Problemi ormai cristallizzati che però gli studenti non rinunciano a denunciare. I ragazzi segnalano lo stato di incuria delle villette adiacenti la struttura sportiva, che dovrebbero essere adibite a parchi giochi. «In inverno i nostri genitori hanno paura a farci frequentare l’area verde oltre le 16.30 – lamentano gli studenti -. Manca l’illuminazione pubblica, non ci sono scivoli o giochi per bambini, mancano i cestini per la spazzatura e le panchine in cui sedersi, inoltre la manutenzione non viene fatta con costanza, così capita di frequente di vedere chiodi sporgenti e arrugginiti e le recinzioni che circondano l’area squartate. Chiediamo più attenzione per questo spazio verde, vorremmo poterlo frequentare anche assieme alle nostre famiglie e ai fratellini più piccoli».

Borgo Nuovo, poi, non ha una situazione molto dissimile. «Molti abitanti vivono in residence o comunque in strutture chiuse - spiega sempre Felice - per paura dello spaccio e delle rapine. Non molti sanno che nel quartiere c'è una sede distaccata della biblioteca comunale. Figurarsi i ragazzi. Anche la scuola non aveva fatto da tramite, cioè non aveva portato mai studenti e studentesse in biblioteca. Una volta lì i ragazzi si sono appassionati, grazie anche al racconto della direttrice e di un operatore. In tanti si sono iscritti per la prima volta alla biblioteca, hanno preso in prestito i primi libri. L'obiettivo è proprio quello, cioè riappropriarsi dei posti in cui si vive, in maniera tale che si sviluppi in loro una coscienza e un'idea di cittadinanza attiva». 

Non è un caso dunque che, spulciando gli ultimi dati pubblicati dal governo, è proprio nelle periferie - caratterizzate da una generale carenza di servizi dedicati al tempo libero, alle opportunità educative e all'apprendimento non formale - i tassi di dispersione scolastica toccano punte di oltre il 30 per cento nelle scuole secondarie di secondo grado. «A Sferracavallo siamo partiti dalla scuola Caponnetto e siamo arrivati, con un percorso molto lungo, nella piazza del quartiere. Lì abbiamo incontrato un'altra memoria storica del quartiere, che addirittura nel suo percorso di ricognizione storica è partito dai fenici, in un racconto anche un po' romanzato ma che ha affascinato moltissimo i ragazzi. E poi abbiamo incontrato i pescatori della borgata, che ci hanno raccontato come la pesca non è più fiorente come un tempo, anche perché i giovani vogliono sempre meno impegnarsi in questo tipo di attività, mentre l'istituzione della riserva di Capo Gallo è stata certamente un bene perché si sono resi conto essi stessi che l'ambiente marino è stato troppo sfruttato».

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