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Stato-mafia, parte da oggi l’appello del processo trattativa
«Tanti i punti oscuri, ma non possiamo riscrivere la storia»

La prima udienza ha preso il via con una lunga lettura introduttiva da parte del presidente di corte, Angelo Pellino, direttamente imperniata sulla sentenza di primo grado pronunciata un anno fa nell’aula bunker del Pagliarelli e che si protrarrà per circa quattro udienze

Silvia Buffa

«La sentenza non nasconde che si annidano non pochi punti oscuri nella storia del nostro Paese». La sentenza in questione è quella pronunciata il 20 aprile dell’anno scorso nell’aula bunker del Pagliarelli dal giudice della seconda corte d’assise di Palermo Alfredo Montalto, che metteva un punto al primo grado del processo sulla trattativa tra Stato e mafia. La stessa sentenza da cui riparte, da oggi, il processo di appello, attraverso la lunga relazione iniziale letta dal presidente di corte Angelo Pellino. Una lettura non semplice, che si protrarrà per circa quattro udienze e che tira in ballo ogni passaggio di quella sentenza. Quella che ha sancito l’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia e con cui sono stati condannati in primo grado tutti gli imputati a processo meno uno. L’unico a vantare l’assoluzione, infatti, è l’ex senatore Nicola Mancino, che rispondeva di falsa testimonianza. Condanna a 28 anni invece, la più alta, per Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Seguito a ruota da Antonio Cinà, Marcello Dell’Utri, Mario Mori e Antonio Subranni condannati a 12 anni, mentre Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino condannati a otto anni, quest’ultimo per la sola calunnia ai danni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Fuori dai giochi Bernardo Provenzano e Totò Riina, morti nel 2016 e nel 2017; e anche l’ex ministro Calogero Mannino, processato in abbreviato e assolto in primo grado.

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