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Senza casa: tra graduatorie, attese e drammi
«Presto la mia unica alternativa sarà la strada»

Nessun lavoro, nessuna abitazione, un figlio e un marito disabili. «Non conta niente?», si domanda A.N. da anni nella lista dell’emergenza abitativa, dove scende di posizione anziché salire. Ma il Comune dice di non averla mai lasciata sola: «Non ha mai passato una notte senza un tetto sulla testa»

Silvia Buffa

«Più emergenza di questa, cosa vogliono? Tra poco non mi resterà che la strada come alternativa». La storia di A.N., donna minuta ma dallo sguardo irrequieto e battagliero, ruota attorno alla disabilità del figlio e del marito, il primo inabile al cento per cento e il secondo all’85. E a uno sfratto, che le pendeva sulla testa dal 2015, che di recente è divenuto esecutivo, costringendola a raccogliere le cose di una vita e infilarle in un magazzino. Costretti a rimboccarsi le maniche per trovare una soluzione, malgrado amarezze e frustrazioni, hanno - di nuovo - chiesto aiuto all’amministrazione comunale. Che li ha messi nella lista dell’emergenza abitativa in realtà da molti anni. Eppure la loro situazione non si è mai sbloccata, anzi. «Mi dicono tutti di aspettare, di far scorrere la graduatoria, ma intanto io sono in questa lista da anni e invece di salire scendo sempre di più, a dispetto degli stranieri che invece raggiungono posizioni più alte in poco tempo, perché funziona così? - si domanda la donna - Non contano niente il mio sfratto e la disabilità riconosciuta ai miei cari? In questo modo non avrò mai speranza di avere una casa e la soluzione diventa la strada».

Questa famiglia, fino a qualche tempo fa ferma nella graduatoria dell’emergenza abitativa al posto 700, si trova adesso scesa inesorabilmente più in fondo: «Si trovano al posto 1700», conferma infatti l’assessore alle Politiche solidali Giuseppe Mattina, che da mesi ormai si occupa in prima persona della storia di questa famiglia. «La mia situazione si è aggravata - torna a dire infatti la donna -. Mi stavano per assegnare una casa in deroga alla graduatoria, ma poi l’iter si è fermato e non ne ho saputo più niente. Per ben due volte me l’hanno anche fatta visitare, ma ad oggi non ci sono mai andata ad abitare e tutte le cose di una vita restano ad ammuffire in un magazzino che nemmeno posso pagare». Che ne è stato, invece, di loro tre? «Per qualche tempo siamo stati ospiti del Centro Valdese, che ci ha messo a disposizione una stanzetta… Ma non era una soluzione che poteva continuare a lungo, lì tre persone non ci potevano stare - spiega -. Quindi, dopo qualche tempo, ci hanno messo a disposizione un piccolo appartamento. Ma solo appena c’ho messo piede ho capito che era tutta una trappola».

Insieme a loro, infatti, dovrà vivere nello stesso spazio anche un’altra famiglia, composta da madre e figlia 13enne, di origini rom. «Il disagio è notevole - sottolinea a più riprese la donna -. È stata una coabitazione forzata, a tradimento, nessuno mi aveva spiegato la situazione, nessuno mi ha dato la possibilità di scegliere. Hanno solo detto che sarebbe stata una cosa temporanea, un paio di settimane, non di più. Ma invece stiamo là da settembre ormai e di soluzioni alternative neanche l’ombra. Siamo quindi costretti a condividere tutto, dall’unico piccolo bagno al programma da guardare in televisione. Noi stiamo diventando tutti pazzi, siamo due famiglie ognuna con le sue esigenze particolari, con le sua abitudini, senza contare la disabilità di mio figlio, che incide su molti aspetti». Non sarebbero mancate, secondo il racconto della donna, anche delle tensioni con l’amministrazione del Centro che gestisce l’housing, a cui sono stati chiesti anche a pagamento altri spazi di cui poter usufruire durate il giorno, «più che altro per far studiare mio figlio, che non ha dove mettersi con tutti quei libri, come può concentrarsi in un piccolo spazio con tutte quelle persone attorno?». Ma le stanzette del Centro devono restare a disposizione per essere affittate, quindi la proposta della famiglia è caduta nel vuoto.

«C’è uno scopo politico dietro? - continua a chiedersi intanto la donna -. La situazione qui è sempre più insostenibile, non so più dove sbattere la testa. Di fronte a una politica che sembra favorire solo immigrati e rom e non i palermitani. Non è una forma di razzismo, io li rispetto ed è giusto che abbiano un tetto, non mi spigo perché non possiamo averlo anche noi. Bisogna rispettare le regole e rispettare tutti. Io non ce l’ho con nessuno, non ce l’ho con chi ha avuto una casa, sono poveri disgraziati come me. Ma chi occupa abusivamente case private o pubbliche che siano non avrebbe diritto manco alla luce, all’acqua e a entrare in graduatoria, però invece ci entrano e gli vengono condonate tutte cose, infatti ci sono le domande in corso. Continuando in questo modo le graduatorie come fanno a scorrere? Non ci sarai mai spazio, è come se ci dicessero 'o vai ad occupare o non vedrai mai una casa'». Sono considerazioni, quelle della signora, piene di amarezza e mosse da una situazione personale che ai suoi occhi non fa che aggravarsi, senza prospettive di risoluzione in vista.

«Sono anni che rispetto regolamenti e graduatorie, ma mi ritrovo così, sentendomi quasi una stupida. Il problema - insiste - è che tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di burocrazie, funzionari e dirigenti. Perché persino le associazioni, in fatto di assegnazione di immobili, vengono prima della gente che dorme in macchina? Dal punto di vista politico lo capisco questo meccanismo, da quello umano e sociale no. E poi mi vengono a parlare di solidarietà, di integrazione, di lotta alla povertà, tutte chiacchiere che riempiono la testa ma nei fatti non accade nulla. Intanto io ho bisogno di aiuto». È un grido, il suo, che però l’assessore Mattina dice di aver raccolto da tempo. «Capisco il disagio che stanno vivendo in questo momento, ma l’alternativa alla sistemazione attuale è uscire da là e stare in mezzo alla strada, non è certo una soluzione - spiega -. Seguendo i normali canali previsti dalla norma, in questo momento lei non può in nessun modo avere un immobile dell’emergenza abitativa. Il fatto che le abbiamo trovato un posto dove stare per non stare per strada con la sua famiglia per me è già un miracolo onestamente. Lei una sola notte per strada non c’ha dormito».

«Il regolamento, che noi abbiamo chiesto di rivedere e che non sento di difendere, prevede che ogni sei mesi venga rivista e aggiornata la situazione di ciascuno, tutte le persone portano gli adeguamenti. E quindi chi fa un figlio in più, chi ha ottenuto il riconoscimento della disabilità, qualcuno che ha avuto uno sfratto esecutivo, insomma sono circostanze che si devono comunicare e fanno acquisire punti in più, la situazione è questa». Tutti elementi già presenti nella storia di A. e della sua famiglia. Quindi perché quel 1700esimo posto che non lascia affatto ben sperare? «La sua situazione non è cambiata, è rimasta identica negli anni, qualcuno dietro di lei intanto ha preso più punti, questo non è un segreto - chiarisce l’assessore -. La sua storia poi è un po’ diversa: la sua famiglia era una di quelle che quattro anni fa, quando è stato fatto il regolamento, poteva avere accesso a una casa in deroga, ma all’epoca chi c’era prima di me e dell’attuale dirigente ha deciso che lei non avesse questo diritto come altre famiglie che invece una casa poi l’hanno ottenuta». L’assessore, insomma, su questo punto non fa troppa chiarezza. Mentre secondo la donna quello che avrebbe contribuito a bloccare la sua situazione, rispetto a quella di altri, sarebbe stata la sua decisione a fare vertenza contro l’amministrazione stessa, per un uso poco limpido del regolamento stesso. «Che mi abbiano voluta ripagare così? Non dandomi una casa che mi sarebbe potuta spettare? - si domanda lei infatti -. Non lo saprò mai»

«Ho fatto di tutto per aiutare questa signora e la sua famiglia - torna a dire l’assessore -. Lei è in una posizione tale in graduatoria per cui con tutte le norme possibili si fa fatica a trovare qualcosa. Ho proposto ora un progetto alternativo per trovare una situazione più adeguata a quella attuale». L’amministrazione, insomma, malgrado tutti i limiti non sembra per niente sorda al grido di aiuto lanciato a più riprese da questa famiglia. E anche sulle assegnazioni alle associazioni Mattina cerca di diradare ogni nebbia: «C’è un regolamento sull’uso dei beni confiscati: gli immobili che sono catastalmente terreni o di categoria A8 (ville) o A9 (castelli o palazzi di pregio artistico e storico) secondo la norma non possono essere dati per l’emergenza abitativa, vengono dati all’amministrazione per attività sociali. Questi immobili, che in questo momento sono circa 150 nel Comune di Palermo sono dati attraverso bando di evidenza pubblica. Negli ultimi tre anni sono stati fatti due bandi che hanno assegnato circa 150 beni che sono o categorie catastate A8 e A9, o terreni e magazzini, insomma cose che non sono appartamenti e che non possono essere dati per l’emergenza abitativa. L’ultimo bando risale a prima che arrivassi io».

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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