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Via d’Amelio, il pentito Brusca chiede scusa
«Perdono ai familiari, allo Stato, alla società»

L'uomo che vedeva Totò Riina «come fosse Dio in terra» testimonia in occasione del processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. «Devo tutto a Rita Borsellino, ho capito il suo sforzo umano e morale per incontrarmi»

Silvia Buffa

Foto di: ARCHIVIO

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«Non sono imputato però ritengo di doverlo fare, quindi chiedo scusa e perdono ai familiari delle vittime, allo Stato e alla società civile, punto». Sono state queste le parole che hanno chiuso la testimonianza di Giovanni Brusca, dopo circa cinque ore di esame. Sentito a Roma in occasione del processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei accusati di calunnia aggravata, per la prima volta l’uomo che ha premuto il telecomando che ha fatto saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta ha chiesto scusa. In aula, a raccogliere le sue parole, insieme a magistrati e avvocati c’era anche Fiammetta Borsellino. In qualità di imputato in procedimento connesso, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non parlare. Ma invece ha deciso rispondere a tutte le parti che con lui si sono confrontati. E il suo racconto parte da molto lontano, da quando fra il 1975 e il ’76 viene formalmente affiliato alla famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato col ruolo di soldato semplice. Il suo padrino di battesimo è Totò Riina. Di quel mandamento alla fine degli ’80 diventerà il reggente, fino al momento della sua cattura: «Tre giorni dopo il mio arresto ho deciso di collaborare, quindi in automatico quella veste è decaduta».

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