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Via D’Amelio, torna a parlare il numero due di La Barbera
«Lavorava nel giusto, ma rubò 5 anni della mia carriera»

Sul banco dei testimoni a Caltanissetta Gioacchino Genchi, ex braccio destro del capo della Mobile di Palermo nel ’92. Al centro dell’esame il loro rapporto e le anomalie delle indagini. «Credeva di essere al di sopra della legge, che faceva rispettare agli altri»

Silvia Buffa

«Io sono stato destituito dalla polizia per aver detto le stesse cose che sto dicendo qui adesso sotto il vincolo del giuramento e per le quali rischio molti anni di carcere qualora non le dicessi». Così Gioacchino Genchi, in passato uno degli investigatori di punta del gruppo Falcone-Borsellino e tra i più stretti collaboratori di Arnaldo La Barbera fra Palermo e Caltanissetta, ascoltato oggi a Caltanissetta durante il processo che vede imputati gli ex poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tutti e tre assenti, per calunnia aggravata, nell’ambito del depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Cuore dell’esame condotto dal pubblico ministero è soprattutto il suo rapporto con l’allora capo della Mobile, fino alla rottura definitiva, e alle anomalie delle indagini, passando per le figure e i ruoli di Bruno Contrada, Vincenzo Parisi, Luigi De Sena e i magistrati palermitani e nisseni. «Io sono entrato in polizia per fare il funzionario di polizia e per rispettare la legge, non mi sono fatto contagiare dalla patologia che ha affetto lor signori - dice Genchi -. La Barbera non era un disonesto, che io sappia non è riuscito a comprarsi una casa nella sua carriera finché c’ho lavorato io, forse gliel’ha fatta avere poi De Gennaro, per dire che non era una persona che sicuramente era portato dal denaro a fare certe cose».

No, non sarebbe stato il denaro a spingerlo, ne è certo Genchi. «Il concetto è semplice: per fare il funzionario di polizia si utilizza la legge, per lui la legge era un accessorio che si utilizzava per gli altri e non per sé, era fatta per farla rispettare agli altri, lui ne era al di sopra. Io questo concetto non l’ho mai accettato». Malgrado gli atteggiamenti di La Barbera, quasi fino alla fine dei loro rapporti lavorativi, siano specchiati, a sentirlo parlare oggi. «Finché sono stato con lui, non è mai venuto meno alle leggi di polizia - ribadisce -. Razionalizzando col tempo il comportamento di La Barbera, non è stata la pista di Scotto e poi la pista Candura e Scarantino un errore in sé, gli investigatori sono uomini e possono sbagliare. Non c’è neppure un’incapacità tecnica perché lui era un investigatore bravissimo». Cosa, allora, lo ha reso quello che è per molti oggi? Cioè uno dei più colpevoli in fatto di depistaggio dietro la strage del 19 luglio ‘92. «La scelta di chiudere frettolosamente le indagini su via D’Amelio non dipendeva dalla voglia di accelerare una sua ascesa, una qualche promozione, non ha fatto questo per fare carriera, è stato indirizzato a fare questo dalle istituzioni in cui lui credeva, principalmente per evitare che si potessero emergere i veri responsabili della strage, questo è l’aspetto più grave, e che ha connotato poi tutta la mia disistima nei suoi confronti fino alla sua morte e per la quale non sono neppure andato al funerale».

«Un uomo che ha rubato cinque anni della mia carriera e ha distrutto le mie aspirazioni e ideali legati a una carriera in polizia, tutte cose che io non posso perdonargli», aggiunge il teste. Che su un punto in particolare, però, con La Barbera si era scontrato, prima di lasciare il suo incarico di consulente informatico, la polizia e di scoprire più in là quanto emerso attraverso processi e ulteriori investigazioni. La volontà di arrestare Pietro Scotto, fratello di Gaetano Scotto, uomo d’onore dell’Arenella. Dopo quello di Vincenzo Scarantino, il suo è il secondo nome che salta fuori dalle indagini su via D’Amelio, è il secondo imputato e, arrestato a sorpresa a maggio del ’93, deve rispondere di concorso in strage. «Quando mi fu palesata l’idea del fermo mi sembrò un’autentica follia. L’arresto di Scotto significava l’aborto delle indagine, la fine - racconta -. Per me non c’erano elementi nemmeno per una misura cautelare. Ma andavo arrestato per un’opportunità investigativa». Di lì a poco, lo steso mese di quello stesso anno, Genchi lascia il gruppo. Le sue opinioni su quel fermo, riportate anche in occasione del Borsellino bis, gli valsero pesanti condanne a mezzo stampa da parte dei magistrati Anna Palma e Nino Di Matteo, «avevo osato contestare i pm».

«La Barbera non ha saputo garantire l’istituzione, per questo è stato rimosso la vigilia di Natale del ’92 - torna a dire su di lui -. Io solidarizzo con La Barbera, ritengo che operasse nel giusto, qui ho il dovere di dire la verità ma anche di difendere la mia intelligenza, per cinque anni ho lavorato con quello che ritenevo un amico. Dopo la sua destituzione partirono una serie di deleghe ad personam, a me viene dato l’incarico sulla consulenza. Sollevai il problema di eventuale incompatibilità, ero anche funzionario di polizia, ma la percezione di come si articolano gli strumenti di indagine a disposizione di un pubblico ministero si è definito solo negli anni». Un uomo per il quale all’epoca la vedova Borsellino non nascondeva di provare un forte distacco. «Ho un ricordo lucidissimo di una serata in pizzeria a piazza Castelnuovo, ero con La Barbera, Fausto Cardella e Ilde Boccassini, entrò la signora Agnese Borsellino coi familiari, lei era indignata e si rifiutò di dare la mano a La Barbera. Una dimostrazione ostentata di carenza di fiducia. Boccassini poi disse al tavolo che la signora era convinta che l’agenda rossa fosse stata fatta sparire da La Barbera».

Ma oltre ad Arnaldo La Barbera, sono tantissime le anomalie di cui anche Genchi da subito è testimone. Sparisce, ad esempio, l’espansione di memoria del database Casio di Giovanni Falcone, la SF 9000, «dove so che lui registrava le cose, mai ritrovata». Svanisce nel nulla anche il traffico telefonico in entrata di Paolo Borsellino, «è stato fatto scomparire da uffici, atti e processi, non lo troverete mai da nessuna parte. E oltre all’assurdità di altri importanti file corrosi dall’umidità, quel traffico in entrata era un dato obiettivo, non si è mai avuto, ritengo che probabilmente fosse quello più importante, perché se c’erano state chiamate a Borsellino da persone che non dovevano mai emergere era importante fallo scomparire e infatti non è mai stato acquisito». E poi ci sono i racconti di Mutolo su Bruno Contrada, che avevano suscitato lo segno di Paolo Borsellino. «Ho iniziato gli accertamenti per la procura di Caltanissetta molto prima del suo arresto. Non lo conoscevo, mai avuti rapporti e nemmeno incontri fisici con lui, tutti quelli che lo avevano conosciuto me ne avevano parlato male. Io ero rimasto sulle mie - dice Genchi -. Quando l’allora fidanzato di Lucia Borsellino, un ragazzo della scuola di agenti allievi ausiliari, aveva raccontato che tra i compagni c’era il figlio di Contrada, Borsellino aveva avuto delle esclamazioni, “personaggio terribile, pericoloso, fai attenzione”». 

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