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Via D’Amelio, il depistaggio raccontato alla gente
Folla riunita alla Feltrinelli. «Non si vuole fare luce»

Le domande di Fiammetta Borsellino che hanno ispirato le indagini svolte dalla Commissione antimafia sono state affidate ai visitatori della libreria di via Cavour. La figlia del magistrato: «Oggi deposizioni umilianti, aria di sfida e troppi “non ricordo”»

Silvia Buffa

Foto di: silvia buffa

Foto di: silvia buffa

«Imperizia, dolo, mancanza di coraggio o solo superficialità. Per noi è un dolore immenso, un sanguinamento continuo». Fiammetta Borsellino torna a fare sentire la sua voce, le sue domande, la sua amarezza. E lo fa seduta davanti a una folla di persone accorse alla libreria Feltrinelli di via Cavour. Di fianco a lei ci sono il procuratore generale Roberto Scarpinato e il presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava, intenzionati a raccontare alla gente quanto emerso in merito alle indagini poi messe nere su bianco nella relazione finale sul depistaggio di via D’Amelio. «Non abbiamo risposte di nessun tipo - dice la figlia del magistrato ucciso il 19 luglio ’92 -. Specie sul fronte di procedimenti disciplinari doverosi da parte della magistratura, non perché si vogliano individuare per forza dei capri espiatori, però in uno Stato di diritto si deve partire da un accertamento di responsabilità, soprattutto nel momento in cui sono configurati degli illeciti così gravi che hanno mandato letteralmente a monte la possibilità di poter arrivare a un percorso di verità».

E non certo una verità qualsiasi. «Chi l’ha negata, chi l’ha voluta, chi erano quelle presenze esterne che hanno coordinato il tutto? Non mi risulta che ci siano stati fatti concreti, l'unico è il lavoro delle procure attuali che si trovano a fatica a portare avanti un'impresa ciclopica perché senza una collaborazione, senza testimonianze valide e adeguate, con ore e ore di “non ricordo” e amnesie, non so che tipo di risultati potranno raggiungere». Mentre tutti raccolgono la sua amarezza in silenzio, attenti. Per poi raccogliere dettagli e spunti che provengono dritti dritti dalla relazione stilata dalla Commissione antimafia, inaspettatamente e finalmente affamati anche loro di una verità che rimane inafferrabile. «La prima conclusione cui si arriva è che intanto Paolo Borsellino non doveva semplicemente morire, si doveva fare in modo che questa vicenda venisse derubricata nella mera cronaca criminale. Morto per una vendetta di mafia, una mafia arrabbiata e incancrenita che nel suo livore decide di saldare il conto. Questo è l’unica certezza che quella storia ci propone per molti anni. La sensazione è che il depistaggio sia servito a coprire tutto quanto, tutto il resto. Un concorso di azioni perché restasse bassa l'attenzione, perché si parlasse solo di mafia», spiega il presidente Fava.

              

E poi eccoli i punti della relazione. E le domande di Fiammetta. Sono tutti lì, concentrati prima in ottanta pagine e adesso racchiusi in una stanza amplificata davanti a uno folla silenziosa. Perché in quei 57 giorni intercorsi tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, Borsellino non viene sentito dai magistrati di Caltanissetta? Perché Bruno Contrada, numero tre del Sisde, a eccidio avvenuto viene messo a capo delle indagini? Lo stesso Bruno Contrada che veniva segretamente indagato dalla procura di Palermo, per essere arrestato solo pochi mesi dopo. E poi il momento intimo e conviviale tra magistrati e uomini dei Servizi, insieme a pranzo all’hotel San Michele di Caltanissetta, le ritrattazioni di Vincenzo Scarantino, la sua confessione-intervista al giornalista Angelo Mangano e la cassetta clandestina, i confronti con gli altri collaboratori di giustizia di ben altro spessore e credibilità. Domande, dubbi e anomalie rivolte a tutti quelli che hanno accettato i colloqui con Fava e la Commissione. «Risposte un po’ reticenti, un po’ stravaganti. Tutti lasciarono correre, in qualche modo», spiega.

«C’è un filo conduttore, una continuità storica nel depistare le stragi della storia d’Italia - interviene poi Scarpinato -. La strage di piazza Fontana, la strage di Bologna, la strage di Brescia. Via D’Amelio. Coinvolgono tutte uomini dello Stato, dei Servizi. I metodi sono sempre uguali. Non parliamo del singolo funzionario corrotto, per depistaggi del genere occorrono interi apparati. E dietro c'è una verità che deve restare segreta, una verità che dice che non è solo una strage di mafia, questo emerge da varie risultanze processuali. È vero che Paolo Borsellino doveva morire per il Maxi, ma qualcuno di esterno alla mafia ha chiesto a Riina di anticipare i tempi e l’esecuzione della strage, compromettendo gli interessi dell'organizzazione stessa. L’8 giugno ‘92 era stato inserito il 41bis, il 9 agosto scadevano i termini, i fatidici 60 giorni perché non entrasse mai in vigore quel decreto legge». Questo, per il procuratore generale, ciò che avrebbe spinto il capo dei capi a piegarsi alla richiesta, a quell’accelerazione dei piani. Ma all’indomani di via D’Amelio la paura e lo sdegno sono talmente tanti, che anche quella maggioranza moderata e garantista del Parlamento decide di dare una chance al 41bis, che di fatto diventa realtà.

«Ci sono delle persone che sanno. Come i fratelli Graviano. Perché non parlano? Evidentemente hanno qualcosa da temere. La storia del passato ha schiacciato la storia del presente», conclude amaro anche lui. Con un riferimento ai famosi boss di Brancaccio che più volte Fiammetta Borsellino ha chiesto di incontrare. «Anche la mia volontà di vedere Filippo e Giuseppe Graviano mi viene impedito, senza giustificazioni o risposte, semplicemente ignorando le mie richieste una violazione del mio diritto a fare un percorso alternativo - spiega lei stessa -, considerando che la possibilità di arrivare a una verità giudiziaria è quasi compromessa per sempre. Giorni fa nel processo a Caltanissetta ho ascoltato la testimonianza del poliziotto Maurizio Zerilli, uomo del gruppo d’indagine Falcone-Borsellino, che andò a quel famoso sopralluogo con Scarantino nel garage Orofino e che non fece nemmeno un verbale. Una deposizione per me umiliante, fatta di troppi “non ricordo”, tenendo quasi un’aria di sfida verso la corte. È una preoccupazione fondata quella che non si voglia assolutamente che questa verità emerga».

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