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Lamin, preso a colpi di pomodoro perché straniero
«Con Salvini i razzisti si sentono autorizzati a tutto»

È solo uno dei tanti episodi subiti dal 21enne gambiano, a Palermo ormai da anni, dove studia al Commerciale e lavora come mediatore. «Noi stranieri ormai siamo in pericolo, c’è troppo razzismo autorizzato. Episodi così stanno diventando la normalità»

Silvia Buffa

Foto di: Lamin

Foto di: Lamin

Questa volta sono stati alcuni pomodori, lanciati dal balcone di una palazzina in via Cusmano, a due passi dalla centralissima via Libertà e dai salotti più chic della cosiddetta Palermo bene. Un’altra volta sono stati i colpi di scopa di un commerciante un po’ distratto che gli sono finiti addosso. Un’altra ancora uno sputo dritto in faccia da un palermitano a cui non era andato giù il rimprovero per aver sfrecciato sul motorino in contromano. Ma ce ne sono anche altri, di episodi. Li sa tutti a memoria, Lamin. Ha 21 anni e viene dal Gambia, dove è rimasta tutta la sua famiglia. Lui è arrivato a Palermo a febbraio del 2015, dopo un viaggio per il deserto, le prigioni della Libia e il Mediterraneo durato quasi un anno. «Quello che ho vissuto con quel viaggio mi ha tolto tutte le paure. Se non si vive, non si può capire. Questi episodi mi feriscono, ma non mi fanno paura. Certo, non mi piace essere liberamente offeso», dice palesando tuttavia un’incredibile pacatezza.

Quanto gli è accaduto martedì mattina lo ha comunque scosso, anche se per poco. «È stato assurdo. Dovevo andare a ritirare il risultato di alcuni esami che ho fatto al centro di radiologia di via Cusmano - racconta -, un posto che conosco molto bene e dove in un certo senso lavoro anche perché seguo l’aspetto sanitario per i ragazzi del centro di accoglienza dove lavoro». Lamin infatti è un mediatore linguistico e culturale, ha lavorato per l’associazione Asante onlus e oggi collabora con la cooperativa sociale Badia grande. «Ho fatto tardi e ho trovato il centro chiuso. Sono rimasto comunque lì ad aspettare, perché di solito c’è sempre un operatore che poi spunta e apre il portone. A un certo punto è anche entrato un inquilino del palazzo, ma io ho continuato ad aspettare fuori, perché non vedevo arrivare nessuno dei funzionari». È durante questa attesa all’esterno, quindi sulla strada, che lo avvicina una coppia, sono un uomo e una donna entrambi sulla sessantina. Gli chiedono con fastidio cosa ci faccia fermo lì, davanti a quel portone. Lamin capisce subito il tono, opta per una risposta educata e pacata e spiega perché si trova lì. Li accontenta, spera che non lo infastidiscano.

Ma alla sua educazione, loro avrebbero risposto inasprendo ulteriormente i toni e dicendo all’indirizzo del giovane che solo loro potevano decidere chi dovesse stare lì. Lamin è allibito, non risponde niente questa volta. «In fondo erano degli adulti, non mi andava di alimentare una sicura polemica. Dall’altro avevo un forte mal di denti e parlare mi sarebbe costato molto, un motivo in più per lasciare correre insomma». Ma la coppia non è contenta, vuole forse innescare una reazione nel 21enne. Entrano nello stabile dove ha sede il centro di radiologia, per poi affacciarsi alcuni minuti dopo da uno dei balconi e lanciargli contro dei pomodori. «Mi sono allontanato, mentre la gente per strada mi guardava e mi chiedeva perché si stessero comportando così con me», racconta. Riesce a scherzarci un po’ su, a smorzare ulteriormente, ma è consapevole che questo episodio, così come tutti gli altri, possa essere solo il preludio di qualcosa di brutto.

«Quello che mi ha ferito di più è stato dopo, quando è arrivato finalmente un operatore del centro ad aprirmi, a cui ho raccontato tutto. Quasi piangendo, si è scusato per essersi fatto attendere e per l’ignoranza di chi mi aveva trattato così - dice -. Il punto è un altro, e cioè che con questo tipo di governo, con Salvini al potere in molti si sentono ora autorizzati a fare queste cose, a comportarsi in questo modo. Ma io i pomodori non li butto, li mangio». Raramente, però, Lamin ha condiviso pubblicamente gli episodi di razzismo di cui è stato vittima negli anni. «Io sono un punto di riferimento per molti ragazzi che seguo. Raccolgo le loro storie, le loro vicende, li ascolto. Non posso mettermi a raccontare anche quello che di brutto accade a me - spiega -. È questo che significa essere un mediatore culturale, il mio compito principale è fare capire che ci sono i presupposti perché ci sia collaborazione tra cittadini e stranieri. È mio dovere quindi rimanere calmo, misurato». Non parla affatto come gli altri 21enni di oggi, Lamin. Sogna anche lui, però, la leggerezza dei ragazzi della sua età: «È giusto non poterci divertire come chiunque altro? Trascorrere giornate normali a scherzare con gli amici, piuttosto che confidarci a turno episodi come quello di martedì mattina?», si domanda.

Tuttavia, qui sta bene. Studia all’istituto tecnico commerciale Ferrara - dove non sono state poche le battaglie condotte per integrarsi del tutto - e lavora, e ha trovato una seconda famiglia tra gli amici che si ritrovano al circolo Arci Porco Rosso di Ballarò. «Palermo non c’entra niente, sono i palermitani, divisi in due come le persone di tutto il mondo. Noi stranieri siamo in pericolo, c’è troppo razzismo autorizzato. Domani potrebbe toccare a me. Ogni giorno sento di gente che muore perché difende i diritti umani. Rischio anche io ogni giorno di venire ucciso. Perché episodi così stanno diventando la normalità, qui come altrove. È giusto che siccome sono straniero devono succedermi queste cose e devo essere sempre arrabbiato e parlare di queste cose brutte? Io non penso proprio. Intanto, gli stranieri non sono al sicuro e se Salvini resta al potere, siamo tutti fottuti».

«Parlo così, oggi, perché ho subito troppo - torna a dire -. I danni subiti dall’Africa provengono da quella stessa Europa che oggi non ci vuole e che ha messo tutti in pericolo ma che ci fa passare per quelli pericolosi. Soldi e armi vengono da là. Eppure non mi sembra che quando sono stati gli europei a venire a casa mia qualcuno li abbia etichettati come immigrati e imposto loro un permesso di soggiorno». Nella sua Africa, un giorno, spera di poter tornare. Per il futuro, però, lascia aperte tutte le porte e non sembra intenzionato a mettere radici in un unico luogo. «Non voglio restare in una sola parte del mondo, andrò dove mi porterà la vita, i miei sogni, il mio lavoro. Io voglio essere utile per uno sviluppo positivo del mondo. Solo che oggi in pochi parlano così, me ne rendo conto, siamo troppo impegnati a rimediare ai danni».

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