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Caso Mered, test Dna conferma scambio di persona
«Il figlio del trafficante non è dell’uomo in carcere»

I risultati parlano chiaro: troppe le incompatibilità fra il profilo genetico del piccolo Rae, per la procura figlio del Generale, e quello del giovane sotto processo. Il genetista: «Per noi è un dato definitivo e abbastanza forte. Non ho dubbi sull’identità della persona detenuta e attualmente sotto processo»

Silvia Buffa

«Abbiamo dimostrato con assoluta certezza che il figlio non è dell’uomo in carcere, genetica e Dna non mentono». Il piccolo si chiama Rae Yehdego Mered e ha solo tre anni. Per la procura di Palermo sarebbe il figlio del trafficante di esseri umani Medhanie Yehdego Mered e di Lidya Tesfu, anche se ad averlo riconosciuto è stata solo la donna. Ed è da questo elemento, dato come certo dai magistrati palermitani, che l’avvocato Michele Calantropo, che difende l’uomo attualmente sotto processo con l’accusa di essere il Generale ma che si è sempre detto vittima di un clamoroso scambio di persona, è partito alla volta della Svezia per incontrare proprio lei. Insieme a lui c’era anche il genetista Gregorio Seidita, docente all’Università di Palermo, che ha già collaborato al caso confrontando il Dna del ragazzo detenuto al Pagliarelli ormai da quasi due anni con quella della madre, per dimostrarne la parentela e quindi anche l’identità. Quella che, durante tutto il processo, è stata e continua ad essere messa in dubbio dalla difesa, mai dall’accusa, convinta di avere catturato il vero trafficante.

Dimostrare la parentela di madre e figlio, e da qui quindi anche l’identità del detenuto, non è stato sufficiente per la procura, che ha ipotizzato che il trafficante possa essersi nascosto spesso dietro degli alias. Un test quindi che di fatto, finora, unito alle altre prove messe insieme dalla difesa - dalla perizia fonica che mette a confronto la voce intercettata del trafficante e quella del ragazzo in carcere, alle numerose testimonianze raccolte in due anni - non è servito a cambiare le sorti del processo. Ecco allora che si tenta un’ulteriore strada. Quella di partire da un dato certo della procura, cioè quel figlio attribuito a Mered, e confrontare il Dna del bambino con quello del giovane al Pagliarelli. La madre, contattata via Facebook, si è detta disponibile a sottoporsi a un prelievo biologico per dimostrare la paternità del trafficante rispetto a questo bambino.

«Appena Lidya Tesfu ha acconsentito, l’abbiamo raggiunta - racconta a MeridioNews il professore Seidita -. Dovevo essere io in prima persona a fare il prelievo, si tratta di cose piuttosto delicate e io dovevo essere certo. Siamo partiti alla volta della cittadina svedese di Eskilstuna, dove l’abbiamo incontrato Lidya Tesfu col bambino e un interprete che veicolasse nella maniera più corretta possibile il messaggio e lì lei è stata abbastanza disponibile. Una ragazza molto giovane, conosceva la storia e il suo intento era quello di aiutare questo povero disgraziato in prigione da quasi due anni». Dopo aver firmato il modulo del consenso informato scritto in tigrino, si è sottoposta insieme al figlio a un prelievo di saliva: «Un tampone per lei, perché essendo la madre ci aiutava a riconoscere la componente di sicura derivazione materna; e l’altro per il bimbo, che all’inizio non era troppo convinto e ha fatto qualche capriccio, per risalire alla componente di sicura derivazione paterna».

I risultati sono stati poi confrontati con i dati già a disposizione del ragazzo detenuto: «Sono emerse un bel po’ di incompatibilità - spiega il professore Seidita -. Non ci sono dubbi di attribuzione, quel bambino non è figlio dell’uomo in carcere». Tutte le analisi sono state svolte nel dipartimento di Biopatologia e biotecnologie mediche e forensi di Palermo, fare arrivare lei in Italia sarebbe stato più complesso. «Per fare tutto questo abbiamo avuto delle autorizzazioni dal tribunale, si è trattato in sostanza di indagini difensive, tutto alla luce del sole. Con questi risultati alla mano ci presenteremo in aula alla prossima udienza e vedremo se la corte deciderà di accoglierli o meno». A questo punto, dopo il lavoro fatto dalla difesa del ragazzo, due sono i punti certi che si aggiungono alla storia sulla base dei test genetici effettuati finora: «Che Behre è figlio di sua madre, Maeza Zerai Weldai, arrivata a Palermo dall’Eritrea lo scorso ottobre per sottoporsi al test del Dna, e che il figlio attribuito al trafficante Mered non è dell’uomo in galera. Ribadisco, genetica e Dna non mentono, non ci sono dubbi».

Un dato, quest’ultimo, che potrà essere replicato in qualunque momento: «Se la procura facesse richiesta in tal senso, noi non ci opporremmo a rifare le analisi - spiega ancora l’esperto -. Behre è detenuto e sempre disponibile, in secondo luogo la signora, come si è sottoposta con noi firmando il consenso informato, può rioffrire il proprio contributo genetico. I dati sono stati presentati in una forma che qualunque tecnico può leggerli e interpretarli in maniera autonoma. Per noi è un dato definitivo e abbastanza forte. Mi sento in debito, come italiano e come cittadino europeo, verso un ragazzo che sta pagando un prezzo davvero alto e che ormai trovo sempre più emotivamente stravolto. Non ho dubbi sull’identità della persona detenuta e attualmente sotto processo».

Più cauto, malgrado l’importante risultato raggiunto col test, l’avvocato Calantropo, che si aspetta adesso una contromossa dalla procura: «Mi aspetto di tutto, ci sono state delle sorprese ogni volta che abbiamo presentato risultati altrettanto importanti in precedenza», commenta. Ammettendo che comunque la disponibilità dimostrata da Lidya Tesfu sia stata preziosa: «Lei non si rende conto di nulla, è molto giovane, non credo sia consapevole dell’importanza di quello che sta accadendo sotto al suo naso».

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