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Disunita e senza un capo, la mafia palermitana dopo Riina
Lo Voi: «Fedele alle regole, ma nessuno sa cosa accadrà»

Con la morte dell'ultimo dei Corleonesi, la mappa che si riesce a tracciare nei mandamenti del capoluogo non rende l'immagine di una Cosa nostra in grande forma. Decimata dai tanti blitz e alla costante ricerca di un leader. Dal fallimento del tentativo di ricreare la commissione provinciale alla caduta degli ultimi uomini d'onore

Gabriele Ruggieri

«Muore Riina ma non finisce Cosa nostra». Le parole del procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi sono eloquenti: Cosa nostra rimane anche senza il suo maggiore esponente. Perché, seppur malato e congelato nel regime di 41bis in cui stava scontando i suoi 26 ergastoli, Riina per i magistrati continuava a essere faro per la cupola mafiosa. «Scompare quello che tuttora, nonostante la detenzione, era il capo della mafia, e si apre una nuova stagione» continua Lo Voi. Una stagione che vede la mafia molto indebolita, nonostante sia stato acclarata da più indagini la capacità dell'organizzazione di rigenerare le proprie teste ogni volta che venivano recise. «Cosa nostra resta fedele alle sue regole - conclude il procuratore - che la vogliono dotata di una struttura verticistica. Solo le indagini ci consentiranno di capire quale sarà la nuova struttura dopo la morte di Totò Riina. Inutile fare ipotesi su cosa accadrà, sarebbero velleitarie».

Insomma, dopo la morte di Totò Riina, la mafia del Palermitano sta attraversando - almeno secondo gli inquirenti - non poche difficoltà a trovare un assetto che possa anche solo renderla paragonabile a quella dei Corleonesi, di cui Riina è stato capo, oltre che ultimo grande esponente in vita. Proprio nel Comune del Palermitano ci avevano provato i Lo Bue, ma sia Rosario, che il figlio, che Carmelo Garriffo, il postino che smistava i pizzini per Provenzano, che altri sono finiti in manette in quattro distinte operazioni dei Carabinieri, l'ultima, Grande Passo 4, nel settembre del 2016. E a vuoto sono andati anche i tentativi di ricreare una commissione provinciale, idea - pare - sponsorizzata addirittura da Matteo Messina Denaro e promossa attorno al 2008 da Matteo Capizzi, uomo d'onore del mandamento di Villagrazia-Santa Maria di Gesù e finito in manette nell'ambito dell'operazione Perseo, che fece fallire le velleità di ricostruzione del vecchio sistema, a dire il vero osteggiate anche dall'interno visto il disappunto di diversi boss dell'epoca, tra cui il capofamiglia di Porta Nuova, mandamento cardine di Palermo.

Lo stesso Capizzi è finito nuovamente in cella otto anni dopo. Questa volta l'operazione era denominata Brasca e con la sua operazione gemella, Quattro.Zero, ha portato dietro le sbarre proprio due degli ultimi fedelissimi di Totò Riina e della vecchia mafia tutta regole e codici d'onore: Mario Marchese, boss di Villagrazia e Gregorio Agrigento, di San Giuseppe Jato. Ma di storie come le loro sono piene le cronache. Figure come quelle dei nuovi pentiti e blitz come gli ultimi ai danni dei mandamenti di Brancaccio e Borgo Vecchio, senza contare la facilità con cui, una volta usciti dal carcere, i vecchi boss si riappropriano del proprio territorio, lasciano intendere che davvero la nuova Cosa nostra palermitana non sia nemmeno paragonabile a quella delle guerre di mafia degli anni Ottanta, ma si trovi disunita e senza un capo. Un capo che avrebbe potuto essere quel Francsco Guttadauro, rampollo della famiglia che per anni ha governato Brancaccio e figlio della sorella di Matteo Messina Denaro. Il nipote del cuore, che avrebbe dovuto essere l'anello di congiunzione tra Palermo e il fortino del Trapanese, e che adesso, come gli altri, si trova in carcere.

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