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Bagheria, il business dei rifiuti e il sindaco antimafia
«Tutti denuncia, neanche gli occhi per piangere restano»

L’elezione del pentastellato era stata una disgrazia per Pasquale Di Salvo, ex autista di Falcone e Borsellino, fermato nell’ambito del blitz Panta Rei. L’uomo progettava la fuga in Albania. Un appartenente alle forze dell’ordine a libro paga dei boss lo aveva avvisato: «Apriti gli occhi. Tu sei il numero uno nella lista»

Rossana Lo Castro

«Con questo sindaco che c’è qui… questo bersaglia tutti… eh… a tutti che vuole denunciare». Andavano male gli affari a Bagheria. L’elezione del pentastellato Patrizio Cinque era stata una disgrazia. Almeno per Pasquale Di Salvo, 53 anni, uno dei 38 fermati del blitz antimafia Panta Rei, che ha smantellato i mandamenti di Porta Nuova e Bagheria. A tirarlo in ballo è il collaboratore di giustizia Salvatore Sollima. «Faceva la scorta a Falcone e Borsellino, era stato l’autista» ha raccontato ai magistrati, riferendo poi dei suoi interessi nel settore dei rifiuti a Bagheria. Interessi maturati all’ombra di Cosa nostra e confermati anche da altri due pentiti Sergio Rosario Flamia e Antonino Zarcone.

Intercettato dalle cimici dei carabinieri Di Salvo, detto u pupiddu, si sfoga al telefono con il fratello, che lavora in Umbria, lamentando le difficoltà incontrate nella gestione dei suoi affari illeciti nel settore dei rifiuti. «Come vede due tre persone – spiegava Pasquale Di Salvo riferendosi al primo cittadino di Bagheria -, si apparecchia l’orecchio e ti manda gli sbirri eh… non puoi avvicinare un assessore, non puoi avvicinare a nessuno perché già subito... fa ...dice… di cosa state discutendo, cosa state progettando?». «Questo…no no... la c’è il fatto che… non sei libero una persona di potersi guadagnare il pane questo è il problema» ribatteva il fratello. Perché «là sotto si sa, una scorreggia la fanno diventare chissà chi, hai capito creano problemi alle persone».

Pasquale Di Salvo annuiva. Dopo il pentimento di Sollima temeva di essere arrestato e progettava la sua fuga all’estero. In Albania. «Ho impressione che ci sarà qualche sorpresa» diceva al fratello al telefono. «Già a me mi hanno bersagliato due volte… sia in campagna e dappertutto… infatti, per ora sono un po’ messo in disparte, perché ho un brutto presentimento». «In caso allenta una maglia» gli raccomandava preoccupato il familiare. Già una volta lo avevano fermato in campagna nei pressi di un abbeveratoio. «Mi hanno perquisito tutta la macchina, chi cosa cercavano lo sanno loro! Qualche cornuto che parla assai c’é.. capisci?». Così, per far calmare le acque Di Salvo aveva pensato di lasciare la Sicilia. «Sto aspettando questa risposta dell’Albania, perché se arriva, così mi allontano un poco. Scappo e me ne vado un poco in Albania, quanto si calmano un poco le corna».

Era nel mirino degli investigatori Pasquale Di Salvo. «Per ora hanno un bel fascicolo pronto sopra il tavolo..minuto per minuto» diceva. A confermarglielo era stato proprio un appartenente alle forze dell’ordine, a libro paga della famiglia di Bagheria («Ho saputo che si comporta bene, si prende pure la campata (soldi per fornire notizie, ndr)». I carabinieri adesso stanno cercando di identificarlo. Di Salvo lo descrive come «il fratello del pazzo» che «abitava vicino da noi». Lo avrebbe portato in un luogo isolato e gli avrebbe confidato che su di lui si concentravano le attenzioni degli inquirenti. «Ce n’è stato uno che a noi ci conosce, e mi ha chiamato – raccontava al fratello -, infatti lui stesso mi ha detto a me dice "apriti gli occhi" di fatti io non me lo immaginavo che lui... perché mi ha guardato sempre con un occhio... ora sono venuto a sapere determinati discorsi e... qualche cortesia la fa, perciò è venuto lui, mi ha portato sulla punta della montagna a parlare. Dice: "Apriti gli occhi perché già sei nell’occhio del ciclone e vedi che tutti quelli che vanno là nominano a te… ma lo sai quanti ne vengono tutta la giornata? Tu sei messo nella lista al numero uno"».

Il timore dell’arresto da un lato e le difficoltà economiche dall’altro. Perché i guadagni illeciti servivano esclusivamente a coprire le spese per i carcerati, senza nessun beneficio personale. «Chi arriva arriva, chi cinquanta, chi dieci, chi venti, chi i trenta, chi a bolletta, quella la spesa, chi per il bambino, quello il latte - si lamentava al telefono -, minchia ti dico sto fondendo, arrivo a casa che non ho più neanche un euro nella tasca, certe volte. Fratello se ne vanno, se ne vanno per quelli che sono là dentro. Neanche gli occhi per piangere restano... tu fatti il conto che sono due mesi che non mi prendo mille lire. Non mi prendo perché non ce ne è, perché arriviamo giusti giusti a coprire a loro» concludeva amaro. Colpa della raffica di arresti e delle casse sempre più vuote. Ecco perché era meglio cambiare aria per un po’. Perché «così non vale la pena… se poi, capito, uno deve rimettere pure.. pure gli occhi no».

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