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Naufragio, superstiti costretti a tenere chiusa la botola
«Erano disperati, cercavano di uscire dalla stiva allagata»

Arrestati cinque scafisti. Secondo alcune testimonianze raccolte, i criminali avrebbero rivestito ciascuno un ruolo ben preciso. Le centinaia di persone rinchiuse nella stiva avevano pagato una tariffa minore e «quindi potevano stare chiuse anche tre giorni». Tra le vittime recuperate, anche 3 bambine Le foto degli arrestati

Redazione

Foto di: ARCHIVIO

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Durante la notte gli investigatori della Mobile di Palermo hanno sentito decine di migranti che hanno rivelato nuovi particolari agghiaccianti sul naufragio avvenuto a 15 miglia al largo delle coste della Libia. Sarebbero stati in 200 circa, i migranti chiusi nella stiva. Si tratta di uomini e donne i cui corpi non sono stati ancora recuperati. Avevano pagato la metà del prezzo previsto per la traversata e dunque per gli scafisti potevano sopportare di stare chiusi e compressi nella stiva anche per 72 ore.

Dopo circa tre ore di viaggio, a causa di un guasto è cominciata ad entrare acqua nella stiva. I migranti, su ordine degli scafisti, hanno cercato, disperatamente, di buttarla fuori. Ma non ci riuscivano. E hanno così cercato di salvarsi tentando di uscire dal buco in cui erano rinchiusi. Hanno lottato con forza per liberarsi e uscire allo scoperto, ma gli scafisti li colpivano con coltelli e bastoni, per ricacciarli nella stiva. Poi hanno sigillato la botola e per farlo hanno usato il peso dei migranti che erano fuori, costretti a stare lì sopra mentre i loro compagni urlavano.

Alcuni testimoni hanno riferito che gli scafisti hanno marchiato, con i coltelli, la testa di coloro che non obbedivano agli ordini, specie quelli di etnia africana; invece quelli di etnia araba sarebbero stati picchiati con cinture. Gli uomini sposati colpiti con calci e pugni. Hanno evidenziato inoltre che gli scafisti hanno usato trattamenti diversi a seconda dell’etnia di provenienza. Dopo aver dato l’allarme, secondo i racconti, si sono avvicinate le navi per i soccorsi: alla loro vista, le persone che si trovavano nella parte superiore sono riuscite a gettarsi in mare, mentre quelle rinchiuse nella stiva sono rimaste imprigionatie all’interno, non potendo cosi mettersi in salvo.

La Polizia di Stato ha tratto in arresto cinque cittadini stranieri, algerini e libici, sbarcati, ieri pomeriggio, nel porto di Palermo, dalla nave militare irlandese ‘Le Niamh’, insieme ad altri 362 migranti. A bordo della nave anche ventisei salme, tra cui quelle di tre bambine di cui una dalla apparente età di circa nove mesi.


Si tratta di Ali Rouibah , algerino, del 1991, Suud Mujassabi, nato in Libia, nel 1994, Abdullah Assnusi, nato in Libia nel 1991,  Imad Busadia, nato in Algeria nel 1992 e Shauki Esshaush, nato in Tunisia nel 1994. Sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio plurimo aggravato.

I cinque, responsabili, in concorso con altri soggetti rimasti ignoti, di appartenere ad un’organizzazione criminale operante in Libia, dedita a favorire l’illegale ingresso di stranieri nel territorio italiano, avrebbero guidato di un’imbarcazione in viaggio tra la Libia e l’Italia, con a bordo circa 650 cittadini extracomunitari, conducendo il natante nelle acque del Mar Mediterraneo. Secondo alcune testimonianze raccolte, i criminali avrebbero rivestito ciascuno un ruolo ben preciso: uno di questi comandava, con l’ausilio di altri due il natante; gli altri si occupavano di controllare i migranti, impedendo loro di muoversi, utilizzando per questo anche forme di violenza.

Ancora, secondo quanto riferito, i viaggi costerebbero ai migranti da un minimo di 1200,00 dollari ad un massimo di 1800,00 dollari a persona: il prezzo del viaggio, poi, aumenterebbe in considerazione delle condizioni di sicurezza garantite per la traversata: ad esempio, quelle più vicine alla postazione di comando avrebbero un costo superiore; addirittura, per potere avere la disponibilità di un giubbotto di salvataggio si pagherebbe una cifra a parte (dai 35 ai 70 dinari libici).

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