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Beni Culturali, parla Francesco Pantaleone
«Inutile mentire, siamo con l'acqua alla gola»

Da Riso a Zac, sono troppi i progetti del capoluogo siciliano finiti in un soffio o agonizzanti. Colpa «dell'assenza dell'amministrazione pubblica», commenta il gallerista palermitano di fama internazionale. Che spiega: «Qui bisogna essere bravi per non far decollare qualcosa, non il contrario»

Eugenia Nicolosi

Il Giornale Dell'Arte ha titolato così un lungo e articolato post: Palermo, Odissea nel provvisorio. Era il 2013 e, da quella catalogazione dei principali problemi delle città italiane non è cambiato molto. Emergenze e grandi progetti sono fantasmi dietro ai quali si nasconde il disinteresse delle istituzioni per un patrimonio globale. Gli addetti ai lavori del sistema dei Beni culturali e i fruitori sono sfiancati dalla disorganizzazione e dall'incuria dilaganti. «È inutile continuare a far mistero dell'assenza dell'amministrazione pubblica. In Sicilia soltanto i privati sostengono eroicamente il peso di mostre significative e di eventi che arricchiscono il panorama artistico di una regione che ormai è votata all'oblio». Così commenta Francesco Pantaleone, gallerista palermitano di fama internazionale che affianca a questa professione la cattedra di economia e mercato dell'arte all'Accademia di Belle arti di Palermo. Pantaleone è anche direttore artistico della galleria Bnd di Milano ed è stato inserito nel comitato scientifico di Zac, spazio contemporaneo dei Cantieri Culturali alla Zisa, sconfortante esempio di come davvero nel capoluogo siciliano anche le migliori idee si traducano in uno svilente nulla.

Le parole di Francesco Pantaleone sono dure e piene di rammarico. «Non ho molti riscontri di ciò che avviene nei palazzi, ma basta guardare alle vicende del museo Riso, nato come unico e prestigioso museo d'arte contemporanea in Sicilia e divenuto terreno di battaglia per le diverse fazioni politiche. Dopo aver rischiato la chiusura, è stato affidato alle incompetenze di una direzione che di arte contemporanea non mastica, e tutto per i giochi di potere». Per Pantaleone, oltre a una preparazione profonda e aggiornata, è necessaria la credibilità dell'attore all'interno delle dinamiche, soprattutto ai fini della riuscita di un progetto. Una credibilità che deriva da esperienza conclamata, dal sapersi muovere all'interno dell'ambiente, dall'aver prodotto qualità. «Il sistema dell'arte è complesso e per farne parte bisogna essere credibili; altrimenti i galleristi, i curatori e gli artisti non hanno fiducia e non si va avanti in niente. Il contemporaneo è un mondo di artisti vivi, che vogliono dare un contributo con le loro opere e che credono nel potere dell'arte contemporanea, che è novità e si fonda sulla coscienza sociale, forse per questo è così lontana dalla classe politica». E questa distanza, secondo il gallerista, è sotto gli occhi di tutti: «Ho visto dispendi economici esagerati in allestimenti pessimi di artisti provinciali, eventi polverosi che peraltro ci costano dieci volte di più del dovuto grazie alle logiche obsolete con le quali ragiona l'amministrazione, personaggi fuori dal tempo e fuori dal sistema». Pantaleone accusa la classe politica di non guardare fuori dai propri spazi, di non viaggiare e non conoscere meccanismi e potenzialità dell'arte. «In America, per fare un esempio, i più grandi architetti sono chiamati a progettare o rinnovare gli spazi culturali, e tutto interno al meccanismo della filantropia, dell'arricchimento globale e non del singolo», continua Pantaleone.

«La politica in Italia oggi è una professione e non una missione - aggiunge -, la società non viene tenuta in considerazione. Non hanno etica principi e la mancanza di cultura è uno dei motivi di questo incrementarsi di violenza e ignoranza, ma si sa, governare un popolo ignorante è più facile». Sui progetti avviati e finiti in un soffio di vento, come Zac, Zisa Arti Contemporanee, commenta: «Zac era un sogno cosciente, grazie a Francesco Giambrone e al gruppo ristretto di addetti ai lavori abbiamo vissuto un bellissimo episodio, frutto di tanto lavoro poi vanificato dalle troppe conflittualità che vivono i Cantieri Culturali e che li rendono un'occasione perduta». 

Immaginando un futuro diverso, chiediamo a Francesco Pantaleone se accetterebbe un incarico pubblico: «Se mi venisse conferito, non mi tirerei indietro. Perché da cittadino sento il dovere di aiutare questa terra, da sempre sotto i riflettori per la sua portata storica e per la sua natura energetica. So che gli artisti di tutto il mondo ne sarebbero attratti, attendono solo un gesto concreto», risponde. «Se devo cadere, voglio farlo sul campo - conclude - E credo che qui bisogna essere bravi per non far decollare qualcosa, non il contrario».

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