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Al cinema: “La buca” di Ciprì, delizioso viaggio nel cinico immaginario senza luogo né tempo

Di gabriele bonafede

Gabriele Bonafede

di Gabriele Bonafede

Chi si aspetta quell’atmosfera cupa e ultra-pessimista di “È stato il figlio” nel nuovo film di Ciprì sarà deluso. O meglio, rinfrancato. La buca, infatti, è una commedia, drammatica quanto si vuole, ma una commedia. Anzi, una commedia-disegnata, “un cartone animato”, come lo definisce lo stesso autore, sin dai titoli di presentazione e le prime battute, accompagnate da una musica, suonata da Bollani, che parla subito chiaro nel ritmo e nell’atmosfera.

Con È stato il figlio ne condivide tuttavia la cornice e, se vogliamo, anche il tema di fondo: l’errore giudiziario con le sue, drammatiche, implicazioni nella distruzione della vita di un uomo chiuso in galera per quasi tre decenni. Laddove, però, nel precedente film Ciprì muove il coltello nella piaga in un mondo privo di sentimenti e di umanità, all’interno e all’esterno della famiglia, in questo la storia si dipana verso l’accettazione del sentimento di solidarietà, d’amicizia, d’empatia, almeno al di fuori della famiglia. L’accettazione persino del destino beffardo e del mondo dominato dalla truffa, sempre seguendo il sottile segno dell’ironia, dell’autoironia, e della disillusione nei riguardi dell’amara “giustizia” comminata dall’uomo.

Numerose le citazioni del cinema che piace a Ciprì nel suo stesso film, e che costituiscono una delizia per chi, cinefilo, le sa trovare. Ma non esclusivamente. Questo film è persino speculare, “a specchio”, rispetto alla precedente opera di Ciprì. E non solo nel “genere” opposto: invece del dramma cupo, senza via d’uscita, troviamo la commedia, ugualmente in un quadro drammatico. Tutto questo, mantenendo appieno la cifra e la firma del regista: troviamo la cinica descrizione dell’uomo e dello spazio antropico con tutti i suoi limiti, persino il truffaldino per vocazione, ma non più la resa all’ignoranza assoluta e all’autoflagellazione del mentecatto di turno.

Anche con qualche forzatura e ingenuità nella sceneggiatura, d’altronde giustificata dall’autodefinizione di “commedia-cartone animato”, il film è altamente piacevole perché Ciprì ci porta in un mondo a sé, nella visione d’insieme come nei dettagli. Proponendo la sua firma in quei personaggi, nipotini del grande Cinico TV, che rappresentano il margine nel margine della società. E, pienamente, che rappresentano la follia da diseredati di se stessi e dell’intorno: il fotografo incapace di mettere a fuoco le sue opere e tormentato da manie di persecuzione, l’alienato-allampanato da carcere per metà della propria vita, la suora attenta al vile denaro piuttosto che alla solidarietà, l’avvocato prigioniero delle proprie truffe, il finto-invalido, i vecchi dell’ospizio, lo zingaro votato al crimine, il giudice senz’ombra di dovere civile. E, stavolta, anche il cane che sa sempre chi da lui vuol esser seguito, buca o non buca.

La buca è anche un viaggio nel tempo senza tempo, un viaggio nei luoghi senza luogo, un percorso nel mondo immaginario e immaginato di chi, comunque, l’immagine la cura e l’ha sempre curata quale grande italiano (e siciliano) dell’arte fotografica e della cinepresa.

Tre grandi attori danno una mano, e anche due, a Ciprì. Come lui la dà nella direzione, tirando fuori del loro meglio: Sergio Castellitto, Rocco Papaleo e Valeria Bruni Tedeschi sono semplicemente trascinanti e perfettamente identificati nei ruoli e nel ritmo dell’impresa. E poi un coro di personaggi come ci si aspetta nei film di Ciprì, stavolta strabordanti di umanità e specificità, così come d’incatenamento nei meandri della psiche.

Tra i protagonisti, Valeria Bruni Tedeschi, nella personalità d’artista e nel ruolo ricoperto, rende giustizia a chi aveva sospettato una certa misoginia in Ciprì ne È stato il figlio: è lei il vero catalizzatore di un mondo che ha e contamina emozioni non legate al denaro e al bieco ricatto del bisogno.

Film godibile, finalmente anche per un pubblico più vasto: non a caso è distribuito in Italia in 250 copie. Film da vedere. E non solo perché il simbolico pugno allo stomaco ricevuto con la precedente opera a regia-Ciprì va via con gli interessi. Ma perché è uno di quei film dove trovi, tanto cinici quanto deliziosi, molti piani di lettura.

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