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“Belluscone” e il cinico ventre della mafia

Di gabriele bonafede

Gabriele Bonafede

di Gabriele Bonafede

 

Con “Belluscone, una storia siciliana” matura il percorso di Franco Maresco nell’esporre cinicamente la deriva socio-economica e culturale nei quartieri popolari delle metropoli meridionali, e in particolare di Palermo. Matura nell’esposizione, a tutto tondo, del legame tra l’ascesa di Belluscone (com’è chiamato nei quartieri popolari di Palermo) e il cinico ventre della mafia.

[caption id="attachment_9366" align="alignright" width="199"] Franco Maresco[/caption]

Quel cinico ventre che costituisce un grande serbatoio di consenso verso il potente di turno, il boss, il “benevolo” e temuto padre-padrone che in realtà fa i propri interessi sulla pelle dei propri sostenitori: il film di Maresco narra di una complessa e autolesionista devozione che passa attraverso gli ordini dei “capi-bastone”, i mafiosi locali, nel comportarsi “opportunamente”. Complesso, e nemmeno tanto, sistema di favori, anche piccoli e piccolissimi, in cambio di controllo nei voti e nelle menti schiacciate dal bisogno.

Per raccontare questa ”storia d’amore” tra Belluscone e la Sicilia, e non solo, Maresco si affida a più piani di narrazione: dal finto documentario sulla sua stessa sorte al pazzesco mondo dei concerti “neomelodici” di quartiere, in una Palermo che mostra le sue nudità ancora una volta senza la benché minima moralità e dignità.

Non è una novità che Maresco abbia un metodo e un’arte innata nell’esporre la sconfitta e la resa morale e materiale del popolino meridionale e palermitano in particolare. Ma questa volta supera se stesso: apre le trippe della mafia e della politica mafiosa in un modo tanto evidente da lasciar senza parole.

Nudo e crudo, nell’intervista “immorale” e per questo perfettamente reale, il film Belluscone, giustamente premiato a Venezia, segna un ulteriore salto di qualità nella genialità dell’autore: qui il linguaggio è documentaristico, là propone un filo conduttore che gioca con il racconto, più in là ancora si dipana con una voce narrante che è presenza nel mondo stesso del cinema attraverso il viaggio di Tatti Sanguineti in Sicilia. E adesso, più ancora che in altre esperienze dell’autore e regista, l’equilibrio nel prodotto finale, il film in se stesso, c’è ed è evidente. Ed è cinicamente godibile persino a un pubblico più vasto.

Gioca, Maresco, camminando su quel sottile filo dell’equilibrista nel circo del cinismo: aprendo e illuminando su fatti che conosciamo bene, che noi a Palermo sappiamo perché sono cose che si sanno da sempre, ma che non vengono mai dette così chiaramente. Perché da quel filo si può facilmente cadere, soprattutto se si vive nei quartieri popolari: e non solo per paura delle minacce, ma per proprio retaggio. Perché ai suoi “mitici” personaggi del negativo-assoluto è necessario, per sopravvivere, far parte di quello specifico, distorto, tessuto sociale che è il ventre cinico della mafia. Mondo che rimane a suo agio e  tanto vicino al vomito dell’omicidio e della tortura per incaprettamento, quanto disgustato di se stesso.

Grande infine è il coraggio di Maresco nell’essere così diretto nella denunzia. Anche se oggi possa apparire cosa obsoleta, passata, ovvia: Belluscone, dopotutto, oggi non governa più. Almeno teoricamente.

Ma così “ovvio” non è. Tanto da sbalordire ancora una volta, con rilanci d’interviste “impossibili”, ma che a Maresco riescono perfettamente, come quelle a Dell’Utri e a Mutolo, presenti nel film. Sempre passeggiando e saltellando sul filo dell’equilibrista.

Chapeau. E, soprattutto, grazie Franco.  Grazie, perché, forse, e come cantava un Fabrizio: da qui, da tutto questo che hai trasformato in arte, un giorno nascerà e forse è già nato, nonostante tutto, qualche fiore.

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