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Maria Callas, una donna, una leggenda

Inimitabile, ineguagliabile. Unica. E’ stata, per tanti anni, la cantante lirica per antonomasia. Andava dal fa diesis sotto il pentagramma al mi naturale. E alcuni avrebbro sentito anche il fa naturale sopra il rigo

Maddalena Albanese

INIMITABILE, INEGUAGLIABILE. UNICA. E’ STATA, PER TANTI ANNI, LA CANTANTE LIRICA PER ANTONOMASIA. ANDAVA DAL FA DIESIS SOTTO IL PENTAGRAMMA AL MI NATURALE. E ALCUNI AVREBBRO SENTITO ANCHE IL FA NATURALE SOPRA IL RIGO

Nasceva novant’anni fa a New York da genitori greci la grande, l’ineguagliabile, la mitica Maria Callas. La sua nazionalità è stata,fino agli ultimi anni di vita, statunitense, ma il suo animo è stato sempre greco, ravvivato, anzi no, arso dal fuoco sacro agli Dei, quello stesso che Prometeo aveva loro rubato per riscaldare gli umani. Forse non per nulla veniva chiamata la Divina.
Tutta la sua vita è stata dedicata all’Arte. La madre, in una biografia, forse fantasiosa, ma comunque inspirata alle giornate della piccola Maria sempre e soltanto votate al canto, raccontava, che, quando ella cantava vicino la finestra della loro casa, a tre anni, gli automobilisti si fermavano ad ascoltarla, bloccando il traffico.
Questa dedizione è stata supportata da un carattere forte, testardo, pertinace, volitivo anche se umbratile e decisamente aggressivo, ma è stato alla fine il carattere che le ha permesso di superare le traversie della seconda guerra mondiale in Patria, quando, già studente al Conservatorio di Atene, doveva cantare per i Tedeschi e difendersi dalle accuse di collaborazionismo. E’ stato lo stesso carattere che le ha permesso di farsi strada, grazie anche alle giuste conoscenze ed amicizie, fino ai più grandi teatri del mondo: il Met, il Covent Garden, l’Opéra e l’agognata Scala.

La Callas è il simbolo del talento, sostenuto dalla volontà e reso smagliante dalla disciplina. La sua vocalità, all’origine concentrata nei toni più bassi dell’estensione da soprano, dopo le cesellature elaborate dalla sua maestra Elvira De Hidalgo, si è arricchita delle coloriture nelle tonalità più alte, tanto che della sua estensione vocale si dice che andasse dal fa diesis sotto il pentagramma al mi naturale (alcuni avrebbero anche sentito il fa naturale) sopra il rigo. Un’estensione quasi innaturale, se si pensa che, nel pieno vigore della sua maturità, prendeva ogni nota a piena gola senza incrinature. Né da meno era il volume della sua voce.
Il timbro era un discorso a parte. Noi personalmente lo abbiamo sempre trovato magnifico. Per molti era un timbro metallico, duro, irregolare.
Per noi il suo timbro, che incarnava Amelia di “Un Ballo in Maschera” in una memorabile registrazione del 7 dicembre del 1957, è stata la scintilla che ci ha fatto innamorare dell’opera lirica e, da quel momento, per noi Maria Callas è stata il Soprano per antonomasia. Ed ogni sua interpretazione è diventata una pietra miliare con cui confrontare tutte le altre interpretazioni.
Ovviamente ogni personaggio ha una vocalità sua propria e quindi un interprete che meglio lo rende, ma la capacità interpretativa della Callas, che univa in un tutto inscindibile canto e recitazione (cosa che si avvertiva anche quando la si ascoltava soltanto), faceva sì che ogni sua interpretazione diventasse un punto di arrivo e di inizio per ogni altro soprano nello stesso ruolo.
Non stiamo qui a ricordare tutti i suoi cavalli di battaglia perché sarebbero troppi e chi ama la lirica li conosce tutti, ma non possiamo non citare a storica Traviata del 1955 per la regia di Luchino Visconti alla Scala, che meritebbe una macchina del tempo soltanto per essere vista almeno una volta.
Purtroppo ci dobbiamo congedare dalla grande Maria Callas, che ebbe come suo unico rivale forse il destino o se stessa (ognuno è artefice del proprio destino).
Il suo declino è iniziato per avere troppo sforzato un organo vocale al quale ha voluto far fare di tutto ed in troppo poco tempo e si è completata quando, in preda ad una febbre mondana che la divorava e la aveva allontanata anche dal lavoro e dal marito, ha rifiutato di eseguire una replica di Sonnambula per un importante teatro al fine di andare ad una festa, che poi si sarebbe rivelata fatale: il suo Ballo in Maschera personale, quello in cui ha conosciuto Aristotele Onassis. Che ne ha segnato la fine.

Ma di Lei adesso vogliamo soltanto ricordare, come in un’apoteosi, l’ultima opera che ha cantato: la Tosca, con la sua aria magnifica, “Vissi d’Arte”, che meglio di qualsiasi altra parola ne riassume completamente l’animo, la dedizione, la vita intera.

 

 

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