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L’Italia e l’unità che non c’è

Di francesco busalacchi

Redazione

di Francesco Busalacchi

Perché nelle azioni, nella considerazione e nel pensiero di tanti l’unità italiana non è un valore condiviso, una realtà che non si discute, un positività da difendere sempre, comunque e dovunque? Non certo perché l’Italia è uno Stato relativamente giovane, ce ne sono di più giovani, Germania compresa, dove l’idea di una Baviera libera o di una Prussia secessionista farebbe sorridere. E allora? E allora forse uno sguardo alla “nascita della nazione” non guasterebbe.

E’ una cosa che viene soltanto sfiorata e subito seppellita sotto frasi e concetti consolidati. Liquidare sbrigativamente la circostanza che Cavour e il suo re volevano fermarsi forse appena appena al di sotto della “linea gotica”, secondo me è sbagliato, né è salvifico affermare che l’unità fu in risultato di spinte di elites, ceti medi e strati popolari. Basta pensare che dopo le campagne militari, specie nel Sud, le annessioni (anche su questa parola si glissa: annessione allo Stato sabaudo che resta il titolare degli interessi originari nelle tavole di fondazione del Paese) furono votate da una percentuale assai irrilevante degli strati popolari (perché tale era la percentuale degli aventi diritto al voto, tanto da far dire ad un cronista inglese presente in alcuni seggi, peraltro presidiati da soldati piemontesi e picciotti di sgarro, che c’era da dubitare fortemente sul loro valore).

In tutte le discussioni sulla questione viene dimenticato il ruolo e il comportamento della corona sabauda. La discesa oltre la linea gotica è il frutto di una mistificazione. E’ una scommessa, ben pianificata ed organizzata, per carità, ma pur sempre una scommessa. Se va bene è grasso che cola, se va male, pagherà Garibaldi. Vittorio Emanuele, ufficialmente, non ne seppe nulla e protestò sempre la sua innocenza e la sua estraneità all’impresa dei Mille [nulla seppe(?) dei battaglioni di rinforzo che sbarcarono in continuazione in Sicilia e della circostanza che le camicie rosse a poco a poco furono soverchiate dalle divise piemontesi (Abba ricorda l’orgoglio del generale Medici “arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova…Quaranta ufficiali coll’uniforme dell’esercito piemontese, formava la vanguardia”)].

Invade e si comporta da occupante quando a Teano toglie il boccino dalle mani di Garibaldi (val la pena di ricordare che Teano è in provincia di Caserta che faceva parte del sovrano regno delle due Sicilie cui re Vittorio non mi risulta avesse dichiarato guerra e che aveva attaccato proditoriamente). Re Vittorio assiste ai preparativi dell’assedio di Gaeta, dove si è rifugiato il legittimo re delle Due Sicilie e che è in territorio di quello Stato. Insomma è il comandante in capo di un esercito invasore. E tale fu il comportamento di quell’esercito nel tragico dopo unità con la lotta a quello che sbrigativamente venne chiamato e bollato come brigantaggio e che così purtroppo sarà chiamato nei secoli a venire (“la colpa seguirà la parte offensa in grido come suol” ci insegna Dante: chi perde ha sempre torto). (a sinistra, Garibaldi, foto tratta da barcellonapggiuseppegaribaldi.blogspot.com)

Vittorio Emanuele viene proclamato re d’Italia e regna”per volontà degli italiani” quindi degli italiani tutti, ma si comporta nel Sud come un occupante che nulla fa per fare diventare lo Stato appena nato una nazione unita. Viene meno al suo compito morale ed istituzionale e se si può permettere di calpestare la pretesa volontà degli italiani che avrebbe dovuto essere la causa fondante dell’unità lo fa perché sa bene che quella volontà non esiste.

La corona non ostacola dunque il processo di colonizzazione del Sud. Nulla fa per impedirne l’impoverimento, anzi risana il disastrato bilancio del Piemonte con le ‘casse’ del regno delle due Sicilie. E’ lui il Capo dello Stato, della nazione, del paese, sue sono le colpe maggiori e le responsabilità più grandi dell’aggravamento delle differenze e della nascita del dualismo Nord-Sud.

Leggiamo alcune pagine illuminanti dell’Inchiesta di Leopolodo Franchetti e Sidney Sonnino sulla Sicilia nel 1876, l’indagine socio criminale che nessuno dei tanti tromboni dell’unità ha mai letto.

“Lo stato italiano, se vuol rimediare ai mali della Sicilia deve valersi per governarla dell’opera del personale più prelibato…ma siffatta opera dipenderebbe sempre in ultima analisi dalla direzione e dall’appoggio del governo centrale, insomma dalla sua politica parlamentare. Egli è evidente e naturale che appena un Ministero dasse solamente segno di voler governare la Sicilia in contraddizione colla classe ivi dominante, solleverebbe una tempesta nella deputazione siciliana, la quale, pur di rovesciarlo farebbe alleanza con qualunque gruppo o partito. Quelli fra i deputati dell’isola che si mostrassero troppo freddi nella loro opposizione non sarebbero rieletti sicché la caduta del Ministero nella migliore delle ipotesi sarebbe quistione di tempo. A meno che la quistione della Sicilia e delle province meridionali in genere non prendesse nell’opinione pubblica italiana ed in conseguenza in Parlamento il grado che le spetta, ché allora i deputati dell’alta e media Italia sacrificherebbero alla soluzione di questa molte piccole gare, interessi e rancori. Disgraziatamente per adesso questo non è che un bel sogno e le coalizioni si fanno in parlamento per tutt’altre ragioni. Ad ogni modo si sarebbe fatto molto per portare l’opinion pubblica a stimare la quistione delle province meridionali secondo la sua importanza quando un Ministero avesse avuto il coraggio di porla in parlamento e l’abilità di farsi rovesciare a proposito di quella”.

E quale governo avrebbe potuto far ciò se non un governo cui il Re avesse commissionato questa missione prioritaria ed essenziale, quella cioè di fare di un’espressione geografica una nazione? Non credo che siffatto governo sarebbe caduto. Se non l’ha fatto, Vittorio Emanuele non l’ha voluto fare o non l’ha potuto fare, e la sua condanna storica è in ogni caso giusta ed inevitabile. E chi se non il Padre della Patria (che aveva ragione dal suo punto di vista a non aver voluto sputtanarsi passando in rassegna i soldati che gli avevano conquistato (a sua insaputa?) un regno e a voler continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele II di Piemonte. Chi se non lui aveva il dovere pubblico di porre fine a tutto questo? Ma i Savoia, si sa, non hanno mai brillato per lealtà morale, né per intelligenza e lungimiranza politica. E la storia, anche se con ritardo, li ha giustamente castigati.

Ragionando sulla storia della Sicilia e sul possibile rilancio dell’Autonomia

Il Prof Costa: “I siciliani restino uniti, il nemico viene da fuori”

Foto sopra, a sinistra: Garibaldi a Teano, tratta da campaniameteo.it

 

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