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La Sicilia araba? Troppe esagerazioni

Da tempo, anche se con risultati non troppo esaltanti, tento di far fare opera di corretta informazione storica denunciando molti luoghi comuni, e sono proprio tanti, che continuano a circolare sulle vicende della nostra terra. Fra questi, forse uno di quelli più accreditati per una parvenza di alone di scientificità che un'accademia (spesso faziosa) gli ha regalato, è sicuramente quello della persistenza di una sicilia araba che, almeno come se ne parla, non è mai esistita. Sembra paradossale quanto affermo, ma se si fa mente locale al periodo di presenza degli arabi in sicilia, il paradosso si ridimensiona vistosamente.

Pasquale Hamel

Da tempo, anche se con risultati non troppo esaltanti, tento di far fare opera di corretta informazione storica denunciando molti luoghi comuni, e sono proprio tanti, che continuano a circolare sulle vicende della nostra terra. Fra questi, forse uno di quelli più accreditati per una parvenza di alone di scientificità che un'Accademia (spesso faziosa) gli ha regalato, è sicuramente quello della persistenza di una Sicilia araba che, almeno come se ne parla, non è mai esistita. Sembra paradossale quanto affermo, ma se si fa mente locale al periodo di presenza degli arabi in Sicilia, il paradosso si ridimensiona vistosamente.
E' a conoscenza di tutti che gli islamici sbarcarono in Sicilia nell'827 d.c. e che conclusero la loro storia nell'Isola nel 1091 quando la città di Noto, ultimo loro baluardo fu conquistata dai Normanni. Dunque, all'apparenza, per circa 250 anni l'Isola, come scrivono molti, è stata sotto la dominazione araba. Duecentocinquant'anni, se fossero tali, costituiscono un periodo sufficientemente lungo per segnare in modo indelebile le culture, e avrebbero dunque ragione coloro che parlano di Sicilia araba. Ma facendo mente locale su questo lungo periodo ci si accorge che, in realtà, esso va notevolmente accorciato. Basterebbe ricordare che la la Sicilia viene totalmente sottomessa solo nel 961, quando cade Rometta, ultima roccaforte bizantina. È evidente allora che quei 250 anni debbono essere sforbiciati di almeno 100 anni. Se poi si riflette sul fatto che già nel 1038 i bizantini, al comando di Maniace, avevano riconquistato gran parte della Sicilia orientale e che, se non fossero intervenute lotte interne nella capitale dell'impero d'oriente, avrebbero certamente scacciato gli islamici dall'Isola, il radicamento arabo subisce un ulteriore indebolimento.
Ma, al di là dell'arido calcolo matematico degli anni, la realtà vera è che la conquista araba non fu una passeggiata. Le popolazioni indigene, contrariamente alle vulgate correnti, non si sottomisero senza combattere e la resistenza, anche di carattere culturale, fu notevole. La Sicilia orientale - nonostante i massacri di cui si resero responsabili i conquistatori, basti per tutti ricordare la conquista di Siracusa il cui esito doloroso fu lo sterminio di cinquemila persone, bambini compresi, e la riduzione in schiavitù di migliaia di uomini e donne - oppose resistenza ai violenti processi di acculturazione messi in atto dai nuovi padroni, tanto che in quelle terre l'Islam non solo non attecchì ma, addirittura, ci fu una vera e propria reazione al proselitismo favorito dalle disposizioni dei governanti. Per questa ragione si può affermare che sia il Val Demone che in gran parte il Val di Noto rimasero culturalmente bizantini. A favore della resistenza giocò la quasi contiguità territoriale con i territori su cui si estendeva la sovranità dell'impero d'Oriente da dove arrivavano aiuti materiali e sostegni morali per le popolazioni cristiane.
Diversa la situazione del Val di Mazara, a cominciare dalla sua capitale Balarm, che subì un forte processo di acculturazione imposto dai nuovi padroni e consolidato dalle forti correnti migratorie provenienti dal Nord Africa. Il proselitismo religioso, peraltro, trovò uno strumento prezioso nell'applicazione dell' <aman> del califfo Omar, che prescriveva forti restrizioni alla pratica dei culti non islamici, che imponeva una pesante tassa di capitazione per i non musulmani e che dettava pesanti discriminazioni a carico di coloro che, pur "gente del libro", non avevano abiurato la fede cristiana o giudaica per accogliere quella coranica. Tali costrizioni furono decisive perché moltissimi cristiani del Vallo abbracciassero l'islamismo (nella foto sopra, il castello araba di Salemi). 
Inutile dire poi che quella Sicilia araba, di cui abbiamo detto, fu ben presto spazzata via prima dalla latinizzazione soft che avviarono i Normanni e poi da quella violenta, si può a buon diritto parlare di pulizia etnica, che attuarono gli Svevi e Federico II in modo particolare. Ma allora in che termini si parla ancora di Sicilia araba?
La domanda meriterebbe una risposta articolata che implicherebbe la opportunità di un approfondito saggio; qui invece ne diamo una breve pennellata. Anche se non lungo, indubbiamente il passaggio di questa cultura ci fu e lasciò qualche eredità, anche se questa eredità bisognerebbe ridenominarla, utilizzando il termine orientale piuttosto che quello divulgato di araba. Tracce notevoli si riscontrano nell'onomastica ed in certe tradizioni culturali. Tracce, anche se non molto rilevante, vi sono in evidenze architettoniche. Ma tutto questo non va esagerato come appunto è stato fatto a spese, ad esempio, di una Sicilia bizantina che ha lasciato nella cultura, nel paesaggio agrario e nelle tradizioni segni ben più profondi. Fa specie, ad esempio, vedere indicare come espressioni della cultura araba evidenze bizantine o sentire qualcuno richiamare, senza alcun fondamento, fra le etnie originarie dei siciliani quelle arabe.
Quella dominazione araba, che ripeto sarebbe meglio chiamarla orientale, possiamo considerarla, a nostro avviso, una parentesi, importante sì, ma certamente non decisiva e, soprattutto, sicuramente meno importante di attenzione rispetto ad altri momenti della storia culturale siciliana.

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