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Processo Niceta, il focus sugli accertamenti fiscali
«Nessuna verifica sul conto corrente dell’azienda»

Silvia Buffa

Cronaca – Impossibile stabilire con certezza la provenienza dei versamenti ricevuti dall’imprenditore palermitano, sotto processo per bancarotta fraudolenta. La difesa oggi è riuscita ha instillare un dubbio importante: che quei soldi potessero arrivare dalle altre società di famiglia, la cui esistenza, ignorata da chi indagò, è emersa solo oggi

«Non c’è nessuna distrazione di beni, oggi dico questo». Lo afferma con sicurezza il maresciallo Mileto, ispettore della guardia di finanza di Palermo, davanti alla corte della quinta sezione penale, dove si celebra il processo a carico dell’imprenditore Angelo Niceta, accusato di bancarotta fraudolenta perché presunto socio di fatto nel fallimento della società Onofrio Niceta snc. Accusato per lo stesso reato anche il padre Onofrio, condannato lo scorso marzo a tre anni in abbreviato. Non ci fu, insomma, alcuna sottrazione di beni, secondo il maresciallo che all’epoca dei fatti indagò sulla vicenda. Anche se il teste sembra usare quella dicitura tecnica, distrazione di beni, in maniera a volte arbitraria, senza di fatto essere in grado di fornire a sostegno elementi concreti e verificati. «Si trattò di finanziamenti. Però - dice anche -, non è stato possibile ricostruire gli incassi di questi finanziamenti, perché non abbiamo trovato il libro giornaliero relativo al periodo 2009-2010».

C’era però a disposizione delle indagini il cosiddetto libro inventario per quegli stessi anni, «non ha valenza giuridica?», chiede l’avvocato Ugo Forello, che rappresenta Angelo Niceta. «C’era, ma non ha permesso di risalire a una cronologia», risponde il teste, che ammette anche che il conto corrente della società non è stato mai oggetto di verifica. Il controesame di stamattina ha colto nel segno, perché è servito a instillare nella corte il dubbio circa la provenienza dei versamenti nei confronti di Angelo Niceta per gli anni 2003, 2004 e 2005: l’impianto accusatorio dice che lui abbia ricevuto versamenti di assegni o in contanti, scenario che appunto si inquadrerebbe nell’ipotesi di bancarotta distrattiva. Ma non è stato prodotto, ad oggi, nessun elemento per dimostrare la provenienza di questi importi dal conto corrente della società. Per la difesa provenivano infatti da conti personali del padre Onofrio e dello zio Michelangelo Niceta, parte civile in questo processo.

Durante l’udienza di questa mattina è emersa anche l’esistenza di altre due società, per le quali sono state depositate le relative visure camerali. I soldi, insomma, secondo l’ipotesi della difesa, non potevano arrivare solamente dalla società oggetto del processo, la Onofrio Niceta snc, la famiglia aveva in corso altri rapporti, non è possibile trovare una diretta riconducibilità di quegli importi alla società, almeno alla luce degli elementi messi insieme fino ad oggi. «Non mi risulta la loro partecipazione in altre società», ribadisce però il maresciallo Mileto. Per oggi era previsto anche l’esame di un altro teste chiave del processo, lo zio Michelangelo Niceta, rinviato a giugno per questioni di lunghezza e complessità. Un rinvio che il teste, presente in aula, non ha gradito e che lo ha portato ad allontanarsi sbottando ad alta voce. Una reazione che ha lasciato sbigottita la corte e l’intera aula.