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Casa Memoria, dalle lotte di Peppino alle sfide di oggi
«C'è bisogno di Onda pazza, di più coraggio, più disgusto»

Silvia Buffa

Cronaca – Hanno marciato in migliaia, tra studenti, sindaci e cittadini, da Terrasini a Cinisi, per ricordare il militante ucciso nel '78. Fino agli interventi finali, dallo storico balcone. A darsi il cambio sono i suoi familiari, Don Ciotti, Camusso, Santino. «Giovani fate buon uso di questa vicenda»

«Combattere le mafie dissacrandole, questa è stata la grande intuizione di Peppino. Usare l'arma della satira contro la mafia e contro la politica che con quella fa affari. Non dimentichiamo Onda Pazza, la sua trasmissione, pazzi lo erano davvero Peppino e i suoi amici, una sana follia che li ha portati ad alzare il volume della loro radio. Noi dobbiamo alzare il volume delle nostre coscienze. Peppino è stata un'anima vera e oggi vive negli altri, nei ragazzi che oggi erano qui». Queste le parole pronunciate da Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, dal balcone di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, con la passione che contraddistingue la sua lotta contro le mafie. Pazzi, pazzi. Questo continua a dire Don Ciotti: «Oggi c'è bisogno di Onda pazza, di più coraggio, più impegno e più disgusto. Un pensiero ai tanti giornalisti come Peppino sono stati assassinati dalle mafie e a quelli che ogni giorno subiscono pressioni e minacce a causa della serietà del loro lavoro. Le mafie e la corruzione non ci rendono liberi - grida con tutta la forza di cui è capace -. Ho due preoccupazioni: che si faccia della legalità un idolo e non è questo un mezzo per ottenere giustizia. La seconda preoccupazione è che ci siamo fermati a una lettura delle mafie di 26 anni fa, alle morti di Falcone e Borsellino. L'intreccio fra criminalità politica, economica e organizzata è davanti gli occhi di tutti».

A prendere la parola anche Giovanni Impastato, fratello di Peppino: «Abbiamo ottenuto giustizia, siamo riusciti a rivalutare la sua figura, un attivista che nei suoi 30 anni di vita ha dimostrato la coerenza e la verità di ciò in cui credeva». Un percorso duro, ripercorre Giovanni, pieno di ostacoli: «Abbiamo affrontato l'indifferenza di chi voleva strumentalizzare la sua storia, abbiamo con difficoltà mantenuto il passo. Non dobbiamo dimenticare il nostro lavoro nel sottrarre Peppino dalla strumentalizzazione del fascismo non dobbiamo dimenticare il nostro lavoro e impegno partendo dai più giovani. Oggi casa Memoria è un'entità nazionale, curata da giovani di Cinisi e non solo che hanno sentito la necessità di prendersi questa responsabilità e impegnarsi nel sociale, a loro va il mio ringraziamento». E poi conclude: «Il mio è un appello a tutti, un appello per una politica che sia attenta ai bisogni di tutti. Dobbiamo prenderci cura dell'eredità lasciata da Peppino e da tutti quelli che hanno sacrificato la vita per quei diritti di cui oggi godiamo. La mia famiglia ha dimostrato che a volte è necessario rompere con la propria appartenenza e rinunciare alla strada più semplice, per portare avanti il proprio impegno civile. Le nostre porte continuano a essere aperte, come voleva mia madre, e ai giovani dico: vi abbiamo consegnato la nostra storia, fatene buon uso, fatela vivere con voi e fatene spunto per il vostro lavoro».

«Quarant'anni fa non si era capito cosa era successo. Faceva paura dire che ci potevano essere dei ragazzi che mettevano a nudo attraverso un microfono della radio i misfatti della criminalità organizzata». Questo ricorda di quel periodo la segretaria della Cgil Susanna Camusso.«Non abbiamo mai immaginato che Peppino fosse un eroe, non bisogna seguirlo come fosse qualcosa di irraggiungibile. Per continuare il suo cammino occorre sapere che era una persona normale che aveva scelto dove stare, da quale parte».

Presente anche il fondatore assieme ad Anna Puglisi del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo, Umberto Santino: «È bello vedere che oggi le finestre a Cinisi si sono finalmente aperte. Questo è un paese, l'Italia, in cui c'è poca giustizia, ma troppi depistaggi e insabbiamenti». E conclude con un invito: «Il Casolare: una vergogna, è ancora una discarica abbandonata. Chiediamo che diventi un luogo di memoria. Noi abbiamo fatto la nostra parte e continueremo a farla, non andiamo in pensione. Ma ora tocca anche ai giovani».

Al termine degli interventi c'è stato anche un collegamento con Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio e l'avvocato Alessandra Ballerini. «Oggi è una giornata per Peppino e in punta di piedi ci inseriamo in questo spazio che ci avete offerto - dicono - Questo è uno spazio non di memoria statica ma di memoria attiva, dobbiamo tenere sempre attivi tutti i processi di memoria, questo per Peppino e tutti coloro che hanno bisogno di verità. Siamo onorati di essere qui, ma vogliamo dire che spesso ci sono in ballo semplificazioni delle tragedie. Ognuna ha la sua identità, ma tutte si devono unire sinergicamente, in questo senso noi partecipiamo qui oggi. Verità e giustizia per Giulio, ma anche per tutti i Giulio egiziani. Giulio non è stato un caso isolato. Dire una cosa del genere sarebbe stato tradire quello che lui stava facendo lì». L'avvocata della famiglia ha poi detto a che punto è arrivata la vicenda: «Aspettiamo da due anni i video dall'Egitto. Il 14 maggio vedremo cosa la procura riuscirà a estrapolare. Avere verità per Giulio significa non solo avere libertà per gli italiani ma anche libertà per il popolo egiziano».

Ieri si è svolta la nuova edizione del premio Musica e Cultura e sono stati premiati i cantanti Chiara Effe, cantante della Sardegna, e il gruppo Yoyo Mundi. Doveva esserci pure Ascanio Celestini, terzo premiato, ma è arrivato tardi per lo sciopero che ha cancellato moltissimi voli, che ha ritirato solo oggi il riconoscimento. È la prima volta che viene a Cinisi. Il premio è stato assegnato a lui perché ha fatto della coerenza, della vicinanza con gli ultimi e con chi non ha diritti una missione, in primis teatrale. «Penso a Cucchi, Uva, Aldrovandi. Persone conosciute dopo la morte e diventate notizie - ha detto Celestini - sono state subito etichettate da qualcuno: un tossico, un terrorista, qualcosa che non erano. A me interessa raccogliere le loro storie prima che diventino notizia. Un altro ragazzo è Davide Bifolco: la sua è la storia di tre ragazzi in motorino senza casco, i carabinieri che li speronano contromano perché pensano che tra loro ci sia un pregiudicato di 25 anni. Il carabiniere spara accidentalmente un colpo e lui muore a 16 anni. Muore perché stava al rione Traiano (Napoli ndr). Diventa un mostro per i giornali, sono stato a raccogliere la sua storia.. Aveva 16 anni, giocava al pallone. Era uguale a me, a tutti gli altri. Il giornalista non ha il tempo di raccontare le loro storie, le loro quotidianità, normalità. Siamo noi quelle persone li, viviamo allo stesso modo, fino a che non moriamo. Un attimo prima quelle persone eravamo noi ed è bene ricordarcelo».