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La Scuola di Palermo, la mostra torna a Palazzo Riso
«La città è inevitabilmente in tutto ciò che facciamo»

Maria Vera Genchi

Cultura e spettacoli – Un mosaico frutto del gioco di dialoghi, confronti e contrappunti: l’universo futuribile e metamorfico di Di Piazza, che ricorda Bosch, le periferie e i realistici frame quotidiani di Di Marco, poeta della luce piena, gli inquieti e fantastici scenari urbani di De Grandi e la divagante affabulazione figurale imbastita da Bazan

Dopo la collettiva Palermo Blues che li ha visti insieme nel 2001 tra i locali della Galleria Bianca e della Grande Vasca ai Cantieri Culturali alla Zisa, La Scuola di Palermo torna nell’omonima mostra allestita presso i locali di Palazzo Riso, in collaborazione con Elenk'Art, dove rimarrà sino al 25 aprile. 

Dopo diciassette anni le opere di Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza e Andrea Di Marco, scomparso prematuramente nel 2012, tornano a dialogare tra loro. Inaugurata oggi nel tardo pomeriggio, la mostra, curata da Sergio Troisi con la collaborazione di Alessandro Pinto, si inserisce nel calendario degli eventi di Palermo Capitale della Cultura 2018. Circa 80 le opere, tra dipinti e disegni, distribuite sui due piani del Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea.

Stilisticamente molto riconoscibili, malgrado evidenti affinità, i quattro sono cresciuti artisticamente a Palermo, riscuotendo successo commerciale e consensi di critica in tutta Italia. «La Scuola di Palermo è il momento più fertile dell’arte italiana in questo passaggio di epoche, come scuola e come visione - ha detto Sgarbi durante la sua visita in anteprima -. La cosa più grave è che gli italiani non sappiano che c’è una scuola così importante a Palermo».

I quattro talentuosi pittori, divenuti una componente importante della scena artistica italiana tra gli anni Novanta e i Duemila, hanno coltivato la loro passione nella loro città natale. Sono stati per questo coronati con l’appellativo Scuola di Palermo dal giornalista Alessandro Riva, in seguito all’esposizione collettiva Palermo blues, allestita presso i locali dell’odierno istituto di Belle Arti, in cui oggi i tre artisti insegnano. «Quando abbiamo iniziato a dipingere insieme eravamo dei ragazzini - racconta Bazan -. Erano gli anni delle stragi, andarsene era conveniente ma abbandonare il campo è da vigliacchi, quindi siamo rimasti».

Palermo, fondale e ossessione, scenario da dayafter e risacca quotidiana, una città piena di contraddizioni protagonista del mutante orizzonte storico contemporaneo riunito al Riso. «Palermo c’è inevitabilmente, in tutto quello che facciamo - afferma Bazan -, è una città dotata di una grande potenzialità e originalità, e anche in un periodo di forte omologazione come questo riesce a differenziarsi». 

«Costituitasi in un momento in cui la fase del ritorno alla pittura declinava in favore di un diverso orizzonte di proposte concettuali e di nuovi media - spiega anche il curatore Troisi - la Scuola di Palermo ha individuato il punto di convergenza e irradiazione dei quattro percorsi nell'idea stessa della pittura, della sua materia e della sua stratificata memoria, come luogo di esplorazione del sentimento contemporaneo». Un mosaico frutto del gioco di dialoghi, confronti e contrappunti: l’universo futuribile e metamorfico di Di Piazza, che tanto ricorda Bosch, le periferie e i realistici frame quotidiani di Di Marco, poeta della luce piena, gli inquieti e fantastici scenari urbani e paesaggistici di De Grandi e la divagante affabulazione figurale imbastita da Bazan.