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Scuola primaria, a Palermo 40,1% non frequenta
Capoluogo seconda città dell'Isola per dispersione

Antonio Mercurio

Formazione e lavoro – A denunciarlo è la Cgil che oggi ha tracciato un quadro allarmante, nel quale il capoluogo si conferma fanalino di coda nell'Isola, preceduta solo da Caltanissetta (41,7 per cento). A preoccupare, anche il dopo scuola: in questo caso, la città è penultima (5,68 per cento), battuta solo da Ragusa (1,85 per cento)

A Palermo due bambini su cinque della scuola primaria non vanno a scuola. Un dato, quello dell’elevato tasso della dispersione scolastica, che interessa soprattutto il Mezzogiorno dove, secondo i dati di Save the children, il 13,9 per cento dei bambini non studia. La punta massima si registra proprio in Sicilia (24,8 per cento), con picchi elevati nel capoluogo (40,1 per cento), superato nell’Isola solo da Caltanissetta (41,7 per cento), e seguito da Catania (38,6 per cento), e Ragusa (37,1 per cento). Un quadro preoccupante quello che è emerso oggi nel corso del convegno L'istruzione come chiave per lo sviluppo della Sicilia, del Mezzogiorno e del Paese, organizzato dalla Flc Cgil e dalla Cgil Sicilia allo Steri, a Palermo, e che restituisce l’immagine di un Paese diviso sotto il profilo economico e sociale ma anche sotto quello delle opportunità offerte dal sistema dell’istruzione.

«Sull’istruzione, che è uno dei cardini dello sviluppo - ha detto Graziamaria Pistorino, segretaria generale della Flc Sicilia aprendo il convegno - non si è investito e di questo ha fatto le spese soprattutto la Sicilia che scontava già un gap col resto del Paese e non è stata messa nelle condizioni di recuperare». A preoccupare, sono anche i dati relativi al tempo pieno negli istituti siciliani: anche in questo caso la Sicilia si conferma fanalino di coda rispetto al resto d’Italia con solo l’8 per cento degli istituti della scuola primaria che garantiscono il servizio contro il 48 per cento di altre regioni come la Lombardia dove a Milano la percentuale sale addirittura al 91 per cento. Ancora, il capoluogo si distingue negativamente scivolando penultima in classifica: a Palermo su 3133 classi, infatti, solo 178 offrono il tempo pieno (5,68 per cento) preceduta soltanto dalla provincia di Ragusa che fa registrare un dato ancora più basso: 14 classi su 758 totali (1,85 per cento).

«Essere la regione con il dato più elevato di dispersione scolastica nel panorama nazionale ci preoccupa - ha proseguito Pistorino -  dove le realtà più gravi sono a Palermo e Caltanissetta. E tutto ciò ci richiama anche a una responsabilità sul numero molto basso di scuole a tempo pieno sempre nel capoluogo e a Ragusa, due dei valori più bassi nell’Isola. Per noi questi due dati sono strettamente correlati: più è basso il tempo scuola, più è alta la dispersione scolastica e questa cosa, ovviamente, per noi ha un valore propositivo: l’ampiamento del tempo pieno può essere il giusto antidoto a questo dato della dispersione scolastica».

A destare preoccupazione, infine, è anche la fuga dei laureati confermata dai dati sull’immigrazione: dal 2001 al 2015 hanno lasciato il Sud 900 mila giovani tra i 15 e i 34 anni , il 22 per cento dei quali laureato. Per quanto riguarda l’Università, «quasi il 30 per cento dei giovani meridionali che si iscrivono - ha detto la segretaria della Flc Sicilia - sceglie un ateneo fuori dalla propria regione, anche per le diverse opportunità offerte post laurea. A un anno dalla laurea 74 ragazzi su 100 lavorano contro i 53 su cento del sud. È  un paese diviso - ha aggiunto Pistorino- anche per quanto riguarda i dottorati banditi, settore in cui tutti gli atenei hanno subito un crollo delle risorse: tra i 10 atenei che bandiscono più posti di dottorato 8 sono comunque concentrati al Nord». 

Da Palermo, la leader della Cgil Susanna Camuso ha lanciato al tempo stesso un monito e una ricetta per uscire da questa gravi crisi che investe Palermo e, in generale, l'istruzione: «Occorre riaffezionarsi al sistema dell’istruzione che significa anche fare scelte di finanziamento per questo settore. Ma c’è anche un problema di rivalorizzazione dell’insegnamento che si traduce nel rinnovo dei contratti, e anche nel fare i conti con la lunga stagione del blocco delle assunzioni e di non investimento sulla scuola che ha reso l’età media, sia nell’istruzione primaria sia nelle università, cosi’ avanzata da non far vedere l’istruzione come un investimento possibile».