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Droga, asse internazionale tra Colombia e Palermo
«Non è Cosa nostra, ma è una mafia in altra veste»

Silvia Buffa

Cronaca – Smantellato un network ad ampio raggio che trasportava la droga dai paesi sudamericani sino alla Sicilia. Il vertice secondo gli investigatori era il carinese Alessandro Bono, con a disposizione una rete di sodali, ognuno col proprio ruolo nella gerarchia. Tenente Campobasso: «Continuo ricorso alla fantasia per trovare nuovi  metodi di trasporto»

«Il traffico di stupefacenti rimane il principale business della criminalità mondiale». Un business duro a morire, malgrado i colpi inferti dalle operazioni congiunte della guardia di finanza e della Mobile di Palermo, in sinergia con le forze di polizia di altri paesi. Come quella messa a segno nelle prime di ore di questa mattina, nell’ambito delle passate operazioni Cinisaro e Meltemi, che ha fatto scattare 19 misure cautelari per reati legati al traffico di stupefacenti aggravati dalla transanazionalità. Un vero e proprio network internazionale e territoriale, che vedeva arrivare la droga dalla Colombia, passando anche per altri paesi sudamericani, fino ad arrivare in Sicilia, Campania e Calabria. Un fitto reticolato di distributori di fiducia, che faceva arrivare la cocaina pura al 90 per cento sulle piazze di Capaci, Isola delle femmine, Carini e Partinico, ma anche nel trapanese a Mazara del Vallo, Marsala e Salemi.

Il vertice - Il promotore dell’organizzazione criminale è ritenuto il 38enne Alessandro Bono, attualmente detenuto, che dalla sua Carini gestiva rotte e corrieri dal sud America al nord Italia. L’agenzia di pompe funebri e il commercio di fiori erano un’attività di facciata che nascondevano un business ben diverso. Un nome, il suo, noto alle autorità, che in passato lo avevano già arrestato per droga. «Un uomo che ha fatto il salto di qualità», commentano gli agenti. Era lui a tagliare la droga, un’operazione che svolgeva in prima persona come fosse in un certo senso specializzato. Il suo controllo si estendeva su una fetta di territorio ben più ampia di quella ipotizzata all'inizio dagli inquirenti e i canali erano diversi, da quello sudamericano a quello calabrese, attraverso i quali avrebbe fatto entrare un notevole quantitativo di droga.

I complici - A lui, però non si arriva subito. Le indagini infatti partono nel dicembre del 2014 monitorando Fabio Chianchiano, già detenuto per omicidio, che gestiva la piazza dello spaccio allo Zen. Tra i suoi fornitori è stato individuato proprio Bono, del quale spesso si lamentava per via della cattiva qualità dello stupefacente di cui lo riforniva. «Il trafficante cerca di mantenere vivi più canali ed è monitorandoli tutti che emergono i nomi dei complici, come quello di Ernesto Anstasio di Torre Annunziata, adesso sottoposto all’obbligo di presentazione insieme a un altro sodale, Pietro Balsamo», spiega il colonnello Francesco Mazzotta, comandante del nucleo di polizia tributaria. Usavano messaggi in codice per comunicare fra loro e accordarsi sul giorno e il luogo dello scambio. È attraverso queste intercettazioni che nasce un’indagine parallela concentrata proprio su Bono, al vertice di tutto. «Un’indagine che continuava a salire in verticale in ottica internazionale, ma anche in orizzontale in realtà, in ottica territoriale», insiste Mazzotta. L’intervento della Guardia di finanza, invece, confluisce nella medesima operazione dopo una segnalazione della Dea statunitense. Un’informazione, quella degli agenti d’oltreoceano, che ha permesso di seguire diversi filoni, compreso quello che ha portato dritti al promotore.

Dalle indagini emerge un'associazione a delinquere dedita a trattative con narcotrafficanti operanti in Venezuela, Ecuador e Colombia, e che si affidava proprio a corrieri di quelle zone: i colombiani Edwin Molano, arrestato in flagranza di reato a Palermo a novembre 2016, John Rosero Murillo, Gloria Cotazo Zamorano e il ricercato Davide Guillermo Naranjo Vasquez. All’interno dell’organizzazione ognuno avrebbe avuto un ruolo ben definito: Giuseppe Mannino è ritenuto il corriere sul territorio nazionale, mentre Salvatore Faraci avrebbe aiutato Bono nell'acquisizione della cocaina importata dall’estero e si sarebbe accertato del percorso e delle soste dei pacchi inviati. Per entrambi sono scattate le manette. Molti i presunti corrieri palermitani e calabresi: Carmelo Cutrì, Michele Ferrante, Nino Vittorio Tripodi, Mario La Vardera e Concetta Gangemi. Più delicato il compito di Salvatore Spatola e il 23enne Bennj Purpura, il più giovane sodale dell’organizzazione, che sarebbero stati incaricati di cedere a terzi acquirenti la droga. Dal fronte calabrese il personaggio di riferimento è ritenuto Rocco Morabito che avrebbe rifornito l’organizzazione siciliana attraverso Bono e un altro personaggio di spicco, Francesco Tarantino di Borgo Nuovo. In manette anche Giuseppe Filippone e Giovanni Sergio.

I metodi di spedizione e i sequestri - La droga viaggiava per via aerea e poi in Italia continuava il suo percorso via terra. La cocaina veniva nascosta in posti ogni volta diversi: dentro i macinini del caffè, nei motori delle automobili, nei piedini delle pedane in legno o addirittura nei libri, le cui pagine erano intrise di cocaina. «Il denominatore comune di tutte le trattative era sempre lo stesso, trovare metodi di trasporto alternativi, in una continua rincorsa alla fantasia - spiega il tenente colonnello Giuseppe Campobasso - Metodi e nascondigli ogni volta diversi che sfuggivano facilmente ai controlli occasionali». Molti i sequestri negli aeroporti, come quello avvenuto a Roma Fiumicino, dove gli agenti bloccano 4,7 chili di coca, mentre i libri intrisi vengono intercettati a Milano Malpensa. «Che questo traffico sfiori gli ambienti mafiosi è evidente, i rapporti sono diretti e trasversali. Non la possiamo chiamare Cosa nostra, ma per me è comunque mafia, che chiaramente assume una veste diversa, un’organizzazione criminale come altre dove a muoversi sono moltissimi soldi», conclude Campobasso.