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G20 Amburgo, parla la madre di Emiliano Puleo
A un mese dal suo arresto «lo Stato è assente»

Il 30enne di Partinico è ancora detenuto nel carcere di Billwerder. La signora Fontana lo ha potuto vedere, per una sola ora, a distanza di tre settimane dal fermo. «È un po' depresso ma sta bene, qui il tempo passa e non succede nulla». Mentre il governo italiano rimane in silenzio. «Sudditanza nei confronti della Germania»

Andrea Turco

«La Farnesina non si è fatta sentire mai, io non so manco se esiste». Fina Fontana è la mamma di Emiliano Puleo, il 30enne di Partinico che si trova ancora in carcere a Billwerder - in Germania - a un mese dal G20 di Amburgo. In tutto sono sei gli italiani, arrestati dopo le manifestazioni nella città tedesca contro le politiche neoliberiste e di austerity portate avanti dai potenti del mondo, che risultano detenuti in Germania con accuse che la madre del militante comunista definisce «fumose». Si tratta di Riccardo Lupano, Maria Rocco, Fabio Vetorel, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto - questi ultimi due di Catania e che, come ha raccontato il loro legale a Meridionews, indossano ancora gli stessi vestiti da allora. E mentre si moltiplicano le iniziative a loro sostegno la signora Fontana è riuscita a incontrare il figlio solamente a tre settimane di distanza dal fermo, convalidato poi in arresto e per il quale è stata rigettata negli scorsi giorni l'istanza di scarcerazione. 

«L'ho visto venerdì scorso - racconta la donna - solamente per un'ora, e ora potrò rivederlo domenica prossima. Le sue condizioni fisiche non sono male, nel senso che non fa lo schizzinoso e mangia quello che gli passano. Certo, è un po' depresso perché i tempi si prospettano lunghi. Non ha fatto niente  di male, si è trattato di un vero e proprio rastrellamento da parte della polizia, bastava avere una felpa nera o non parlare tedesco. So che nella stessa Germania ci sono interpellanze in merito, perché le misure di repressione adottate sarebbero fuori dalla Costituzione». Il caso di Emiliano in questo senso costituirebbe un'ulteriore testimonianza in tal senso: «Mio figlio stava andando in albergo, era stato fermato poco prima e rilasciato. È partito pagandosi l'aereo e l'albergo, lavora nell'azienda agricola di famiglia e si era concesso questa manifestazione, è andato insieme al fotografo Francesco Bellina e zoppicava quel giorno perché 24 ore prima era stato colpito dagli idranti della polizia». Anche l'umore della donna non è dei migliori. «Pensavo che lo liberassero subito - aggiunge - invece qui il tempo passa e non succede nulla di nuovo».

Gli amici e i compagni del circolo di Partinico hanno avviato una campagna di solidarietà per Emiliano, che si è estesa poi a macchia d'olio in tutta Italia: presidi, appelli online per scrivere ai detenuti e rendere meno pesante il loro isolamento, raccolta firme, interrogazioni parlamentari. Quel che è mancato finora è stata una qualsiasi risposta da parte del governo italiano, come conferma la stessa madre di Emiliano. «Quando abbiamo organizzato il presidio in prefettura, qui a Palermo, nonostante il nostro avviso sia avvenuto due giorni prima - racconta la signora Fontana - non si è fatto trovare nessun funzionario, ed eravamo almeno 150 persone. In Parlamento ci sono tre interrogazioni, e una è pure a firma di una senatrice del Pd (di Laura Puppato ... ndr), quindi della maggioranza, ma anche in questo caso solo silenzio. Ne hanno parlato pure i giornali. Io credo che ci sia una sorta di sudditanza di fronte la Germania, noi del Sud poi siamo figli di un dio minore. I tedeschi hanno rifiutato la cauzione per paura di una fuga: ma quale fuga, non siamo in Europa e nello stesso territorio comune?». 

In molti sottolineano che la prolungata detenzione dei sei italiani potrebbe essere una scelta più politica che giuridica, come a dare un segnale ai manifestanti che in questi anni continuano a opporsi alle politiche europee. «E il segnale l'hanno dato - sbotta la madre affranta - ma quanto deve durare? Vogliono dissuadere alla ribellione e al dissenso, ma non sanno che più reprimono e più alimentano il senso di ingiustizia. La pentola continua a bollire anche se ci metti sopra il coperchio». Di certo al momento i familiari dei sei italiani sono stati lasciati soli, anche se non demordono e insieme provano a darsi sostegno. «Siamo di fronte un muro di gomma - conclude la signora Fontana -. Coi genitori degli altri ragazzi siamo in contatto attraverso whatsapp, è un modo per passarci le notizie e rincuorarci. Personalmente ho dovuto pure imparare a usare Facebook». 

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