Un centro buddhista nel tempio dell'abusivismo
«Siamo benvoluti, ma quanta diffidenza all'inizio»

Silvia Buffa

Cronaca – Da promontorio sfregiato dall’abusivismo edilizio voluto da mano mafiosa alla riassegnazione del bene, ormai confiscato, grazie a un bando del Comune. Pizzo Sella, la collina del disonore, dall’estate 2016 prova a riabilitarsi. La direttrice del centro Muni Gyana: «Cerchiamo di vivere il più correttamente possibile, è bello poterlo fare da qui»

La cronaca l’ha trasformata, negli anni, nella cosiddetta collina del disonore. Ma di quel soprannome oggi resta ben poco. Si trova a Pizzo Sella in via Grotte Partanna, un promontorio che si affaccia direttamente sul golfo di Mondello, sfregiato dall’abusivismo edilizio targato Cosa nostra iniziato quasi quarant’anni fa. Da agosto 2016, però, quella collina si è del tutto riabilitata, diventando sede ideale di una rete di associazioni che lavorano nel campo del sociale, ma non solo. Tra queste, per esempio, c’è anche il centro buddhista tibetano Muni Gyana, che ha sede in una di queste villette costruite da una società in mano alla mafia, la Gardini-Ferruzzi, dietro il cui marchio si celava in realtà la famiglia mafiosa dei Greco. Ma la storia di questo promontorio, in realtà, ha origini ben più antiche e si lega a doppio filo al sacco di Palermo e a nomi come quello di Vito Ciancimino.

Alla fine degli anni ’70 la Sicilcalce Spa, società di Andrea Notaro, cognato del boss Michele Greco, ottiene su quel promontorio 314 concessioni edilizie. Il progetto, però, passa presto nelle mani di un’ulteriore società, la Bondì Costruttori, che tuttavia non riesce a portarlo a termine. Avviene, quindi, l’ennesimo passaggio di consegne, quello definitivo alla Calcestruzzi di Gardini e Ferruzzi, che riesce a ultimare le villette e a venderle ad ignari compratori. Una parte di questi, dopo anni di lotte legali, riusciranno a far valere il proprio diritto a rimanere in alcune di quelle villette. La parte restante, invece, resta confiscata e viene assegnata tramite bando del Comune al progetto Ponti sottili. Capofila del progetto è proprio il centro Muni Gyana, che nella nuova sede organizza meditazioni e corsi di insegnamento, conferenze e gruppi di studio. «Noi qui siamo benvoluti, ma all’inizio è stato difficile, c’era molta diffidenza in parte dovuta alla fama legata a questo luogo», racconta a MeridioNews Lucia Geraci, direttrice del centro.

«Gestire un bene di questo tipo, poi, è un impegno notevole, sia per le condizioni in cui abbiamo trovato la villa, abbandonata da circa quindici anni, sia poi per l’impegno economico piuttosto gravoso da sostenere per rimetterla in piedi e poterla mantenere nel tempo». A lavorare nel centro, fruibile ancora in parte, è un team di volontari che si autogestisce attraverso la generosità dei soci o l’organizzazione di cene sociali. Il centro, quindi, non gode di altri tipi di sovvenzione. «Il posto ci sembra perfettamente adatto al nostro progetto di benessere fisico e mentale dell’uomo, qui è molto tranquillo e silenzioso, in linea con quello che vogliamo fare», continua Geraci. A prendere parte alle attività del centro sono spesso dei maestri tibetani che insegnano la filosofia della mente. «Non c’è ancora molta affluenza, tuttavia, e non è nella nostra natura fare proselitismo - rivela la direttrice - Non è una realtà molto visibile ancora quella dei beni confiscati e riassegnati, anche se tutti qui lavorano con tanto impegno».

Malgrado i riscontri siano ancora pochi, però, è tanta la contentezza del team che lavora al centro per aver ottenuto la villetta. «Abbiamo chiesto l’assegnazione di un bene confiscato per 15 anni, ma solo partecipando al progetto di rete con le altre associazioni siamo riusciti in questo intento - racconta ancora - In questo modo possiamo evitare il deterioramento di questo luogo e ridargli anzi una seconda vita, quasi nobiltandolo rispetto a quello che ha rappresentato in passato». Le attività del centro tentano di coinvolgere in primis gli abitanti della zona: «Per loro è tutto gratuito - ribadisce Geraci - Il residance all’interno del quale ci troviamo è sempre stato molto chiuso, ma le persone sono tranquille. Purtroppo la storia di questo posto è triste, non perché ci hanno abitato dei mafiosi, ma proprio perché è stato costruito facendo arrichire le cosche a danno di cittadini ignari e onesti. Il nostro obiettivo è portare avanti dei principi etici, a livello proprio di stile di vita, siamo un gruppo di persone che cercano di vivere il più correttamente possibile in base al rispetto dell’altro, è bello poterlo mettere in pratica proprio da qui».