Festività, appello dei sindacati ad astenersi dal lavoro
«Le aperture selvagge sono un arretramento culturale»

Redazione

Formazione e lavoro – In una nota Cgil, Cisl e Uil invitano i lavoratori del commercio a non presentarsi nei luoghi di lavoro nei prossimi appuntamenti festivi. E ribadiscono «il valore del riposo», scagliandosi contro «la liberalizzazione degli orari introdotta nel 2011 con il decreto Salva Italia»

«Il consumismo non può e non deve diventare l’unica dimensione in cui vivere». A dirlo sono Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil che in una nota invitano i lavoratori del commercio e gli addetti di tutte le attività svolte nei centri commerciali ad astenersi dal lavoro durante le festività di Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, primo maggio e 2 giugno. I sindacati ribadiscono «il valore del riposo domenicale e il riposo festivo e confermano la netta contrarietà alle aperture festive nel settore commercio».

I segretari generali siciliani Salvo Leonardi, Mimma Calabrò e Marianna Flauto affermano che «con le aperture selvagge la nostra società subisce un arretramento culturale e smarrisce i valori più pregnanti dell’uomo in nome del profitto e del libero mercato. Le aperture dei negozi nelle giornate festive segnano un profondo stravolgimento delle radici culturali, religiose e civili non solo italiane ma dell’intero Occidente». I sindacati poi chiariscono che in ogni caso «la disponibilità al lavoro festivo rimane dunque una scelta libera e autonoma dei lavoratori». Secondo Filcams, Fisascat e Uiltucs «recenti sentenze confermano la nostra posizione: il datore di lavoro non può imporre al dipendente di lavorare in una giornata festiva ed è illegittima l’eventuale sanzione disciplinare inflitta a seguito del rifiuto alla prestazione straordinaria festiva, tranne se non vi è un’espressa volontà del lavoratore».

Per poi ricordare che «la liberalizzazione degli orari introdotta nel 2011 con il decreto Salva Italia ha eliminato ogni vincolo e regola in materia di orari commerciali, nel totale disinteresse degli effetti negativi prodotti su milioni di persone, sulle donne, sugli uomini, sui figli e sulle famiglie in generale. Le nuove regole, ancora ferme in Parlamento, se da una parte potranno permettere agli enti locali e alle parti sociali di ridiscutere di orari di apertura degli esercizi commerciali nei territori, dall’altra, non ponendo vincoli, se non con la chiusura di sole sei festività, sostanzialmente non risolveranno il problema. Anche le lavoratrici e i lavoratori del commercio vogliono che il lavoro sia più dignitoso e contribuisca nel suo insieme a promuovere una società dove prevalga consapevolezza, cultura, dignità e responsabilità».