Foto di: Libera Palermo

Tommaso Natale, intitolazione a Giuseppe D’Angelo
Ucciso per sbaglio dai boss: «Figlio del quartiere»

Silvia Buffa

Cronaca – Scoperta, alla presenza del sindaco Orlando, la lapide commemorativa che dedica la piazza al pensionato che lì venne trucidato nel 2006 dai boss di Cosa nostra, mandati dai Lo Piccolo per fare fuori Lino Spatola. «Tutta colpa di una tragica somiglianza», raccontarono due dei tre killer che si pentirono

«Un uomo semplice, stimato, onesto e rispettabilissimo, che ha vissuto in quei luoghi in cui è stato barbaramente assassinato e che non poteva essere dimenticato». Questo il commento di Pietro Gottuso, presidente della VII circoscrizione di Palermo, in occasione dell’intitolazione di una piazza nella zona di Tommaso Natale a Giuseppe D’Angelo, ex titolare di un bar e incensurato ucciso per sbaglio dalla mafia quasi undici anni fa. «Oggi abbiamo scoperto la lapide che intitola, a futura memoria, la piazza - aggiunge Gottuso - Tale iniziativa era stata deliberata dal Consiglio della VII circoscrizione, su proposta del consigliere Pietro Pellerito, e l'amministrazione centrale oggi l'ha realizzato. Un figlio del quartiere di Tommaso Natale». Presenti all'evento di questa mattina anche il sindaco Leoluca Orlando, Libera Palermo contro le mafie e la sorella della vittima, Caterina D’Angelo. «Ringrazio soprattutto la famiglia - conclude il presidente - che ha consentito tutto questo».

È il 22 agosto 2006, a Palermo il caldo non dà tregua e sono in molte le persone che si riversano nelle spiagge. Lui no, però. Sta seduto su una sedia di legno, sospira e guarda le bancarelle di frutta e verdura di un amico cuocersi al sole estivo. Sta lì Giuseppe D’Angelo, pensionato di 63 anni che in quelle viuzze di Tommaso Natale c’ha sempre vissuto. È un attimo, un bruciore intenso sul corpo, ma non è più il sole. Cade dalla sedia, si ritrova sull'asfalto, il suo corpo è martoriato dai proiettili. Muore così, in quel giorno d’agosto, senza sapere probabilmente perché. Non può immaginare Pino, così lo chiamano gli amici di borgata, che assomiglia in maniera impressionante a Bartolomeo Spatola, detto Lino, capomafia proprio della sua borgata di mare, la cui fine arriva comunque qualche tempo dopo per lupara bianca.

Non sa che a sparare quei colpi, per un tragico scambio di persona di cui si rendono conto quando è ormai tardi, sono Gaspare Di Maggio, condannato in giudizio abbreviato all'ergastolo, e Francesco Briguglio e Gaspare Pulizzi, anche loro parte del commando. Sono loro due che, una volta arrestati, si pentiranno raccontando dinamica e movente dell’agguato. È grazie a loro, condannati a dieci anni, poi diventati nove in via definitiva, che il caso viene risolto. «Mi fa un certo effetto pensare che un assassino possa essere condannato solo a questi pochi anni - aveva detto all'epoca Caterina D’Angelo - ma è comunque grazie ai pentiti che finalmente è stata fatta giustizia». I mandanti sono risultati Sandro e Salvatore Lo Piccolo, i capi di San Lorenzo, condannati anche loro all'ergastolo con il rito ordinario.