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Omicidio Enzo Fragalà, arrestate sei persone
«Curnutu e sbirru, doveva parlare più poco»

Silvia Buffa

Cronaca – Sono presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio e sono accusati di aver partecipato al delitto del penalista, aggredito il 23 febbraio 2010 e morto qualche giorno dopo per le lesioni riportate. Ad aggiungersi alle intercettazioni anche le dichiarazioni del pentito Francesco Chiarello, estraneo all’indagine

«Non ci toccate né soldi e né oggetti, perché lui deve capire che non è una rapina, deve capire che deve parlare poco». A raccontare i motivi di quella che sembrerebbe essere nata come una spedizione punitiva nei confronti dell’avvocato Enzo Fragalà, poi divenuto un omicidio, è il pentito Francesco Chiarello, ex affiliato della famiglia di Borgo Vecchio che nell’aprile 2015 ha deciso di collaborare. Già nel primo interrogatorio al quale si sottopone racconta ai magistrati le modalità esecutive dell’aggressione al penalista, facendo anche i nomi di quattro autori. Il primo è Francesco Arcuri, la mente del piano: è lui che organizza i dettagli della spedizione, senza però prenderne parte. A stabilire le modalità dell'aggressione è anche Antonino Abbate, che va oltre la mera pianificazione, prendendo di fatto parte all’azione individuando la vittima e facendo poi da palo durante il violento pestaggio. A coprire gli aggressori ci sono anche Salvatore Ingrassia e Antonino Siragusa. A questi quattro nomi, si sono aggiunti successivamente anche quelli di Paolo Cocco e Francesco Castronovo, i due esecutori materiali muniti di mazza.

A tutti e sei gli arrestati il gip ha riconosciuto l’aggravante mafiosa. «Ci siamo mossi sulla base di quello che potevamo provare», ha detto il procuratore capo Francesco Lo Voi in conferenza stampa questa mattina. Le indagini, che hanno visto impegnati i magistrati Leonardo Agueci, Maurizio Scalia, Caterina Malagoli, Francesca Mazzocco e Nino Di Matteo, sono state riaperte in seguito anche a nuove intercettazioni. Già a luglio 2013 e a gennaio 2014 vengono ascoltate le conversazioni tra i fratelli Di Giacomo (Giuseppe e Giovanni) all’interno del carcere di Parma in cui i due discutono dell’omicidio Fragalà, manifestando piena consapevolezza del fatto che a essere coinvolti fossero degli affiliati alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio. Conversazioni che hanno confermato la direzione che avrebbero dovuto prendere le indagini.

«Per il fatto dell’omicidio, può essere che poi mi vengono a cercare…che c’ero pure io esce», dice in un’intercettazione Paolo Cocco confessando alla moglie di aver partecipato all’aggressione. «Giura sul bambino!», risponde lei incredula, «ma che cazzo stai dicendo? i chiavi possono iccari, mi hai fatto tramutare Paolo!». È sempre lui che, qualche tempo prima, trova anche una microspia all’interno della propria abitazione. La mostra a Domenico Tantillo e ad Antonino Tarallo, rassicurandoli di non aver mai preso discorsi di un certo tipo in casa sua. «Minchia alimentatore, 36 batterie! L’avevi montata a casa?», si sente dall’intercettazione ambientale. «Certo - risponde qualcuno al posto di Cocco - l’hai vista l’antenna bianca? Speriamo che magari hai parlato solo di minchiate…hai capito cosa ti voglio dire?», «No no, qui no», dice Cocco.

Sono cruciali anche le intercettazioni di Francesco Castronovo, altro esecutore materiale del delitto, ascoltato dagli inquirenti mentre parlava dell’omicidio con una sua cugina: «Quattro anni già sono passati, me la sono scansata!», le dice, supponendo di averla fatta franca. Si aggiungono alle confessioni captate anche le intercettazioni dell’organizzazione logistica dell’aggressione: «Che tempi perdi ancora? Minchia siamo rimasti alle otto meno cinque!», dice al telefono Antonino Abbate. Per muoversi, invece, utilizzano due mezzi distinti: «Andiamo tutti e due con la macchina, poi tu ti porti il motore e lui se ne viene con me». Sembrano smaniosi, hanno fretta di agire, nell’ottica di «piegare la condotta professionale di Fragalà a maggior rispetto nei confronti dell’organizzazione mafiosa e dei suoi esponenti», dicono gli inquirenti, un messaggio intimidatorio nei confronti dell’intera avvocatura palermitana